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I dipinti surreali di Gerard Daran

Gérard Daran, nato il 2 gennaio 1946 a Tolosa, è un pittore e disegnatore francese. 
Ha studiato Belle Arti a Tolosa, Strasburgo e Parigi , specializzandosi  in figurativa, soprattutto nel nudo accademico. Vive e lavora a Parigi dal 1968 .
Il lavoro di Daran è interamente sotto il segno della donna. Ha catturato la sua attenzione e motivato tutta la sua creazione: appare irreale, misteriosa, segreta, eterna, unico oggetto dei suoi desideri. Ottima la grafica, per il disegno Daran coltiva rispetto e amore. Lui ha sempre utilizzato l’acquaforte e la litografia di esprimere i suoi pensieri. Questo lavoro gli ha permesso di acquisire una padronanza senza pari di linee e curve. L’abbondanza iniziale delle sue creazioni, ha mantenuto solo l’essenziale.
Usa oli morbidi e colori della terra. Cerchi, triangoli e quadrati, grandi appezzamenti enfatizzano la costruzione e partecipano all’equilibrio e alla perfezione.

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Gerard Daran

GERARD DARAN _ PAINTER_ FRANCE (16)

La falce assassina

Quando l’amore dona il suo dilemma,

quando il fervore narra il suo dolore,

sul palco di un tramonto arroventato

si specchia l’ombra di una luna nera,

senza ritegno spegne ogni sospiro

e con la falce compie il suo delitto.

Marco Bartiromo

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Ne approfitto per augurare a tutti voi una serenissima Pasqua.

 

Un sogno

Abito un sogno

noioso come un tarlo,

che rode nel profondo

con finta ritrosia.

Naufrago miraggio

offuscato dal tempo,

sradica germogli

denudando rami.

Frena le radici

con salde illusioni,

e l’edera risale

dalle caviglie al cuore.

Marco Bartiromo

 

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Ceco amore…..

Ceco amore

Fiorisce e poi muore

Serba rancore

Marco Bartiromo

 

Amore

Questa scultura si chiama “Amore”. Creata da Alexandr Milov, artista ucraino. La scultura rappresenta un conflitto tra un uomo e una donna e, in ultima analisi, una espressione interiore della natura umana. La scultura di due adulti che si danno le spalle….. ma il bambino interiore di ognuno vuole solo avvicinarsi e amare.

(Burning Man Festival 2015)

Introspezione

Impetuosamente

mi sei entrata dentro,

e maligno il fuoco

logorava l’anima.

 

Hai violentato il mio corpo

forzando l’istante,

nel buio profondo

di una notte turbata.

Marco Bartiromo

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Immagine di Marlo Broekmans

Introspezione numero 3 (solo un briciolo del suo amore)

Ospiti oscuri si uniscono al solito demone!
Questi dalle profondità dell’animo sentenzia:
meriti solo un briciolo del suo amore!

O, mio mutevole sentire
quante strade hai percorso
per giungere all’indistruttibile nucleo di ghiaccio;
incerti questi passi
sul terriccio del nostro antico sentiero
stridono su ciò che scompare
sul volto tuo, amore.

Vivo il ricordo inerte
delle dolci notti
quando abbandonato sulla tua carne tremula
in attesa che il sole non tardasse oltre
mi rannicchiavo spaurito da visioni oniriche;
o, tenera nostalgia
vecchia canaglia
sapevo che presto o tardi saresti mutata
cospirando con colui che sentenzia
finchè ogni fibra del mio cuore
spezzato nella sua innocenza
non arrivasse a comprendere
il torpore assassino al quale l’ho condannato.

Art – Nicola Randone

….haiku….e fantasia….

Senza certezze

le stelle non brillano

di luce propria.

Marco Bartiromo

 

folletto di luce

Un giorno qualunque di Carolina Pelella

La vita è un giorno qualunque,

dove ti viene tolto,

e ti viene donato,

dove c’è sempre un sorriso dietro le nuvole.

 

In un giorno qualunque ti disseti,

e ti dissangui,

cammini e sei immobile,

piangi e sorridi.

 

Un giorno qualunque

ha un sinonimo e un contrario,

ha una virgola che è pausa,

e un punto per fermarsi.

 

Un giorno qualunque

ti porta ad un incontro

o ti porta lontano.

 

Un giorno qualunque,

ma qualunque giorno può diventare straordinario,

dall’alba al tramonto,

e poi arriva la notte,

e la notte non è mai una notte qualunque…

è lieve come il sogno, e ha il respiro della vita.

Carolina Pelella

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Cocotte

I.

Ho rivisto il giardino, il giardinetto
contiguo, le palme del viale,
la cancellata rozza dalla quale
mi protese la mano ed il confetto…

II.

“Piccolino, che fai solo soletto?”
“Sto giocando al Diluvio Universale”

Accennai gli stromenti, le bizzarre
cose che modellavo nella sabbia,
ed ella si chinò come chi abbia
fretta d’un bacio e fretta di ritrarre
la bocca, e mi baciò tra le sbarre
come si bacia un uccellino in gabbia.

Sempre ch’io viva rivedrò l’incanto
di quel volto tra le sbarre quadre!
La nuca mi serrò con le mani ladre;
ed io stupivo di vedermi accanto
al viso, quella bocca tanto, tanto
diversa dalla bocca di mia Madre!

“Piccolino, ti piaccio che mi guardi?
Sei qui pei bagni? Ed affittate là?”
Subito mi lasciò, con negli sguardi
un vano sogno (ricordai più tardi)
un vano sogno di maternità…

“Una cocotte…”
“Che vuol dire mammina?”
“Vuol dire che è una cattiva signorina:
non bisogna parlare alla vicina!”
Co-co-tte… La strana voce parigina
dava alla mia fantasia bambina
un senso buffo d’ovo e di gallina…

Pensavo deità favoleggiate:
i naviganti e l’Isole Felici…
Co-co-tte… le fate intese a malefici
con cibi e bevande affatturate…
Fate saranno, chi sa quali fate,
e in chi sa quali tenebrosi offici!

III.

Un giorno – giorni dopo – mi chiamò
tra le sbarre fiorite di verbene:
“O piccolino, che non mi vuoi più bene?”
“È vero che sei una cocotte? “
Perdutamente rise… E mi baciò
con le pupille di tristezza piene.

IV.

Tra le gioie defunte e i disinganni
dopo vent’anni, oggi si ravviva
il tuo sorriso… Dove sei, cattiva
signorina? Sei viva? Come inganni
(meglio per te non essere più viva!)
la discesa terribile degli anni?

Oimè! Da che non giova il tuo belletto
e il cosmetico già fa mala prova
l’ultimo amante disertò l’alcova…
Uno, sol uno: il piccolo folletto
che donasti d’un bacio e d’un confetto,
dopo vent’anni, oggi, ti ritrova

in sogno, e t’ama, in sogno, e dice: T’amo!
Da quel mattino dell’infanzia pura
forse ho amato te sola, o creatura!
Forse ho amato te sola! E ti richiamo!
Se leggi questi versi di richiamo
ritorna a chi t’aspetta, o creatura!

Vieni, Che importa se non sei più quella
che mi baciò quattrenne? Oggi t’agogno,
o vestita di tempo! Oggi ho bisogno
del tuo passato! Ti rifarò bella
coma Carlotta, come Graziella,
come tutte le donne del mio sogno!

Il mio sogno è nutrito d’abbandono,
di rimpianto. Non amo che le rose
che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono state…
Vedo la casa; ecco le rose
del bel giardino di vent’anni or sono!

Oltre le sbarre il tuo giardino intatto
fra gli eucalipti liguri si spazia…
Vieni! T’accoglierà l’anima sazia.
Fa’ che io riveda il tuo volto disfatto;
ti bacierò: rifiorirà nell’atto,
sulla tua bocca l’ultima tua grazia.

Vieni! Sarà come se a me, per mano,
tu riportassi me stesso d’allora,
il bimbo parlerà con la Signora.
Risorgeremo dal tempo lontano.
Vieni! Sarà come se a te, per mano,
io riportassi te, giovine ancora.

Guido Gozzano

(da I Colloqui, 1911)

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Pagina da inventare

Mi pare strano un tramonto bianco,

come una pagina tutta da inventare,

mentre ripenso ai tranelli della vita

che l’uomo ha purtroppo da incontrare.

Pare una tela tutta da osservare,

ma senza batticuore,

pur se lo scorrere implacabile

mi riapre ancor la porta dei ricordi.

Stride su cardini da tempo arrugginiti

perché gli manca l’olio di speranza,

ma nel segreto celo un ripostiglio

la cui fiammella ha un tremito di vita.

Mi pare irraggiungibile al mio soffio lieve,

ma la speranza ancora mi precede,

ed afferro l’ampolla tutta d’oro

che lascia in me la forza come dono.

E si apre uno scenario sconosciuto,

e la mia Anima ritrova quel ristoro,

coltre di stelle

a riscaldarmi il cuore.

Fluttuano ali bianche nella sera,

la mia Anima si apre alla preghiera.

Sono gli amici che mi hanno preceduta,

pur se l’Amore ha un cifrario muto!

Antonietta Germana Boero

La farfalla

L’ultima, proprio l’ultima,

di un giallo così intenso,

così assolutamente giallo,

come una lacrima di sole quando cade

sopra una roccia bianca,

così gialla, così gialla!

L’ultima volava in alto leggera,

aleggiava sicura,

per baciare il suo ultimo mondo.

Tra qualche giorno

sarà già la mia settima settimana

di ghetto: i miei mi hanno ritrovato qui,

e qui mi chiamano i fiori di ruta,

e il bianco candeliere del castagno,

nel cortile.

Ma qui non ho visto nessuna farfalla.

Quella dell’altra volta fu l’ultima:

le farfalle non vivono nel ghetto.

Pavel Friedman (1921 – 1944)

 

Pavel era un ragazzo ebreo che fu rinchiuso nella fortezza ghetto di Terezin (Repubblica Ceca), utilizzata dalla Gestapo come campo di concentramento per gli ebrei. Da Terezin gli ebrei venivano deportati dai nazisti in vari campi di sterminio. Pavel fu uno di loro, e ad Auschwitz trovò la morte.

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Questa raccolta ci permette di mettere insieme alcune delle testimonianze di quanti hanno vissuto la Shoah in prima persona o attraverso i loro cari e hanno voluto lasciare una traccia scritta della loro storia. Attraverso le loro parole abbiamo ripercorso, per non dimenticare, tutto ciò che e stato. Un esercizio di memoria utile a passare la fiaccola del ricordo alle nuove generazioni. Con gli anni, i testimoni dello sterminio ebraico non potranno più raccontarlo, e noi non possiamo correre il rischio di dimenticare questa pagina di storia.

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