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“…tra le righe di questo sterminato materiale, si rinvengono anche delle tracce di un’altra parte del mondo di Piedigrotta, di una sua dimensione oscura, quasi sconosciuta: un’altra festa, una Piedigrotta notturna.
Al tramonto del giorno 7 settembre, gruppi di uomini, donne e ragazzi vestiti con foggia guerresca, si muovevano da tutte le parti della città e dai paesi circonvicini, per raggiungere la zona del Santuario. Durante il cammino, si suonavano gli strumenti della musica tradizionale e, intonando i canti della Tradizione, si danzava il ballo sul tamburo o tarantella. Questo pellegrinaggio aveva come meta la Grotta di Pozzuoli, o Grotta di Posillipo: la Crypta Neapolitana degli Antichi, situata alle spalle del Santuario, nelle immediate vicinanze della cosiddetta tomba del poeta Virgilio Marone. In questo antro, forse da secoli, i napoletani si recavano nella notte tra il 7 e l’8 di settembre e, alla luce dei fuochi e delle fiaccole, stimolati dai canti e dalle danze tradizionali, celebravano una festa che, in alcune sue particolari circostanze, sembrava assumere i caratteri di un rituale erotico di fertilità femminile.
Questo, almeno fino agli inizi del XX secolo, quando la Grotta fu chiusa, e quella festa notturna, naturalmente, non ebbe più ragione di esistere.
Di quest’altra Piedigrotta, non si sa quasi nulla, ma, come si diceva, testimonianze ve ne sono, benché rarissime e assai frammentarie…”
Tratto dal libro “Festa Notturna” di Antonio Orselli
A settembre su… http://www.leparchedizioni.com

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La farfalla

L’ultima, proprio l’ultima,

di un giallo così intenso,

così assolutamente giallo,

come una lacrima di sole quando cade

sopra una roccia bianca,

così gialla, così gialla!

L’ultima volava in alto leggera,

aleggiava sicura,

per baciare il suo ultimo mondo.

Tra qualche giorno

sarà già la mia settima settimana

di ghetto: i miei mi hanno ritrovato qui,

e qui mi chiamano i fiori di ruta,

e il bianco candeliere del castagno,

nel cortile.

Ma qui non ho visto nessuna farfalla.

Quella dell’altra volta fu l’ultima:

le farfalle non vivono nel ghetto.

Pavel Friedman (1921 – 1944)

 

Pavel era un ragazzo ebreo che fu rinchiuso nella fortezza ghetto di Terezin (Repubblica Ceca), utilizzata dalla Gestapo come campo di concentramento per gli ebrei. Da Terezin gli ebrei venivano deportati dai nazisti in vari campi di sterminio. Pavel fu uno di loro, e ad Auschwitz trovò la morte.

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Questa raccolta ci permette di mettere insieme alcune delle testimonianze di quanti hanno vissuto la Shoah in prima persona o attraverso i loro cari e hanno voluto lasciare una traccia scritta della loro storia. Attraverso le loro parole abbiamo ripercorso, per non dimenticare, tutto ciò che e stato. Un esercizio di memoria utile a passare la fiaccola del ricordo alle nuove generazioni. Con gli anni, i testimoni dello sterminio ebraico non potranno più raccontarlo, e noi non possiamo correre il rischio di dimenticare questa pagina di storia.

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Un giorno qualunque

Il rosso che avanza
in un pallido rosa,
l’aurora che muta
nell’alba più viva,
il giallo che detta
l’inizio del giorno,
rintocco preciso
di un freddo mattino.
Si apre il sipario
sul palco gremito,
con gente assonnata
che cerca il suo posto,
tra effetti di scena
che danno colore,
e rendono vivo un mondo in declino.
Unico atto di questa regia,
tra attori inventati
e copioni non scritti.
Un gioco teatrale a volte spettrale,
immagine scialba 
di un giorno qualunque.

Marco Bartiromo

Da oggi il mio libro “Frammenti” si può scaricare anche in versione e-book:

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Copertina Frammenti e-book

La camicia al muro – Erri De Luca

Amore e Roma, in enigmistica si chiamano palindrome le parole e le frasi leggibili anche al contrario. Mi accaddero entrambe con forza di primizia lontano dal mio luogo. Diciotto anni, dal primo all’ultimo ho vissuto nella città di nascita, Napoli, da sterile, senza amare nessuna ragazza nei quartieri dell’adolescenza. Solo nell’isola di fronte, un’estate, mi spuntò amore per una ragazza di Roma. E quando a diciotto anni evasi dal mio luogo di fondamento e sud, andai in quella città, perché mi era restato amore, poco, però buono a far girare da quella parte uno che si scioglieva dal suo centro ed era equidistante da ogni stazione di arrivo.

Lei era già grande, studiava architettura, fumava. lo mai capace di tabacco, derivati e affini, mi ero scrollato di dosso studi, case, famiglia, città. Ero spaesato e spiritato. Ci sono decisioni prese in età aspra che non cedono più, conficcate in chissà quale osso.

Come molti arrivati senza invito, Roma fu all’inizio ferrovia. Nei suoi paraggi trovai brande in camere mobiliate, insieme a sconosciuti. Non sono mai stato così solo, una buona condizione per innamorarsi o perdersi. Non fui disperso perché intorno c’era una strana collera di gioventù, politica, ma niente da mischiare con partiti. Spartita, irregolare, senza congressi, affiliazioni, tessere, aveva per campo la strada e per parlamento le assemblee. Sbatteva contro polizie, tribunali, prigioni. Fui dei loro perciò non mi sono disperso. Mi sono innamorato, non della prima, dell’isola, ma della sorella, sedici anni, spaventosa di volontà e bellezza. Aveva mani spellate da un malanno, il solo che ho amato. Veneravo quelle dita screpolate, rosse, indolenzite, non l’ha creduto mai. Fosse stata lebbra gliel’avrei leccata per appiccicarmela alla lingua, fosse stata morte l’avrei voluta io. Meno di questo, l’amore non è niente.

Succedeva l’anno millenovecentosessantanove, più duro e lungo dell’annata di assaggio sessantotto. Dei giovani cominciavano a pensare a se stessi secondo biografie di rivoluzionari del primo Novecento. In molti imparavamo il pianto artificiale dei lacrimogeni, le zuffe delle cariche, i colpi e il buffo trasporto in gabbie da polli, i cellulari. Chi ero, cosa potevo dire di me: niente. Non ero di niente e di nessun luogo. Ero uno dei molti, che a volte erano pochi a contarli in un cortile di questura, in mezzo a un’indurita rappresaglia di uomini in divisa. Ero uno, anche meno di uno. Però amavo. Amavo la ragazza dai capelli lisci, messa di profilo in una fotografia di primavera ai fori romani, una nostra passeggiata. Amavo la ragazza che mi aveva accolto nelle spalle larghe, come fa, con una barca, una tempesta.

Mi contavo i muscoli, le ossa, com’ero poco, mi contavo gli anni, le monete: come potevo tenerla? Lei cresceva, era un’estate di fichi d’India e una catena di baci esauditi. Non avevo altro da desiderare oltre l’uscio dei baci. Più della libertà ho aspettato il minuto bollente in cui quattro labbra sospendono il respiro e si mischiano per gustare se stesse attraverso altre due e si confondono per appartenersi.

Lei stava in casa, io in stanze, ci s’incontrava raramente soli. I baci non sono anticipo d’altre tenerezze, sono il punto più alto. Dalla loro sommità si può scendere nelle braccia, nelle spinte dei fianchi, ma è trascinamento. Solo i baci sono buoni come le guance del pesce. Noi due avevamo l’esca sulle labbra, abboccavamo insieme.

Era inverno e stavo in una stanzetta, la prima in affitto, vicino a Villa Ada. Avevo inchiodato al muro una camicia. Si aprivano i bottoni e dentro c’erano due fotografie, sue. Mi venne a trovare di nascosto, ero ammalato. Sbolliva addosso a me una qualche febbre spessa, prepotente. Aprendo la porta mi sono tenuto forte alla maniglia. Mi ha preso stretto, come abbracciare inverno, brividi battenti, marmo dentro i piedi. Non c’era riscaldamento, ma me ne sono accorto in quel momento. Il corpo era duro di freddo, mentre avrei voluto nelle vene più cioccolata che sangue. Mi tenne nel suo cappotto di pelle di montone foderato a lana. Chiuse la porta col tacco e mi spinse all’indietro verso il letto senza allentare l’abbraccio.

Mi stese, poi si tolse i panni lasciandosi una veste bianca, lieve. Entrò nel buio delle coperte e mi coprì tutto il corpo col suo. Stavo sotto di lei a tremare di felicità e di freddo. Le nostre parti combinavano una coincidenza, mano su mano, piede su piede, capelli su capelli, ombelico su ombelico, naso a fianco di naso a respirare solo con quello a bocche unite. Non erano baci, ma combaciamento di due pezzi. Se esiste una tecnica di resurrezione lei la stava applicando. Assorbiva il mio freddo e la mia febbre, materie grezze che impastate nel suo corpo tornavano a me sotto peso di amore. Il suo teneva sotto il mio e il mio reggeva il suo, come fa una terra con la neve. Se esiste un’ alleanza tra femmina e maschio, io l’ho provata allora.

Durò un’ora, di più di ogni per sempre. Prima di andare rise della camicia al muro. È la mia crocifissione abbottonata. Non glielo dissi che dentro c’era lei. Non venne più. L’inverno ci staccava. Era venuta per lasciarmi e invece s’era stesa a guarirmi. Le cose migliori dell’amore accadono per caso, si capiscono dopo. Credevo che quella visita era inizio per noi di più vasta vita insieme, era termine invece. Credevo al dopo ed era il prima. Mi sbattevano in testa a colpi di campana le sillabe del poeta spagnolo:

“Per andare al nord, andò al sud. / Pensò che il grano era acqua / si sbagliava. / Pensò che il mare era cielo / e la notte la mattina. / Si sbagliava. / Che le stelle erano rugiada / e il caldo una nevicata / si sbagliava”. Un cantante da noi aveva messo sotto musica questi versi. La musica, come il sale, conserva meglio. Mi sbagliavo e intanto guarivo dall’amore, dai suoi attacchi di felicità. Mi abituavo alla città, una conduttura che perdeva amore da tutte le fontane. La attraversavo con gli occhi che avrò di nuovo da vecchio: Villa Ada era piena di bambini e di madri che non mi riguardavano.

A quel tempo gli operai della mensa universitaria e gli studenti avevano deciso che chiunque poteva andare e mangiare, anche senza tesserino. Con trecento lire ero al riparo. La febbre e il digiuno erano finiti, mi nutrivo a via De Lollis insieme ai molti che inventavano diritti nuovi, togliendoli ai poteri. La città era messa in discesa per noi che scendevamo in piazze di centro e di periferie, circondati da truppe che non temevamo più.

A qualche manifestazione, dentro mucchi di noi, l’ho rivista qualche volta. Si era sposata presto.Diventava una donna, una, e ne aveva contenute molte e io le avevo conosciute. Avevo amato le sue molte ragazze che si provavano i vestiti da donna nell’anno dei baci. Più tardi ho amato qualche altra con lo sbaglio che fosse ancora lei. Pretendevo quello sbaglio per potermi innamorare.

Me ne andai di corsa dalla stanza in affitto qualche anno dopo senza portarmi dietro neanche una mutanda. La camicia inchiodata ai polsi restò lì, di nessuno. E forse è giusto andarsene così, svelti, inseguiti. Ma questo fu dopo, quando s’induriva l’odio civile e i sangui nostri e altrui non facevano in tempo a seccarsi.

Nella furia dei lutti dimenticai la ragazza che mi aveva tenuto dritto nel suo cappotto e si era staccata da me per diventare una donna. Roma era piena di guerra. Chi dice ch’era inventata, l’ha invece disertata. Non era obbligatorio battersi, ma c’era di che. Quella generazione dei molti non bandiva arruolamenti, si bastava. Non aspirava a maggioranze, spostava il carico con strappi di minoranza. Non mi manca perché non si è mai tolta dai pensieri. Né mi manca quell’ora di resurrezione sotto il corpo della ragazza amata. lo l’ho avuta quell’ora sconfinata. lo l’ho avuta.

di Erri De Luca, da Il contrario di uno, Feltrinelli, 2003

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Voglio segnalarvi questa raccolta poetica da me gestita, sia per l’impaginazione che per la grafica della copertina, e che ritengo interessante da leggere. Oltre a fornirvi il link dove poter reperire il libro, voglio farvi leggere l’introduzione, una piccola recensione scritta personalmente, che ho voluto donare all’autrice AnnaMaria Menegatti.

“Raggi di luna” è una raccolta di poesie nate dall’esigenza dell’autrice di ripercorrere le fasi salienti che hanno caratterizzato la sua vita, altalenanti pulsioni che vibrano dalle emozioni giovanili a quelle che maturano, dall’amore per la sua famiglia all’ammirazione verso la natura e l’introspezione delle stagioni,  fino a sconfinare nell’utopia: un’esortazione a non arrendersi mai, dedicata ai giovani che si trovano ad affrontare un futuro incerto e sempre più difficile. Per AnnaMaria Menegatti, questa raccolta di poesie ha rappresentato una sorta di “diario segreto dell’anima e di vita” di cui nessuno conosceva l’esistenza, fino alla pubblicazione. L’autrice esprime attraverso la poesia la purezza dei sentimenti, con il bisogno di manifestare le proprie emozioni soprattutto nell’età giovanile, per poi imprigionarle nell’anima, in un percorso di rinascita e di crescita interiore, legittimata dall’inaspettato e fortunato incontro con il Buddismo di Nichiren Daishonin, monaco giapponese del tredicesimo secolo.  In questo libro l’autrice consolida la stima nei confronti del suo maestro di Fede Sensei Ikeda, Presidente della SGI, con una dedica speciale e con una poesia tradotta in giapponese.

Marco Bartiromo

Presidente dell’Associazione Culturale

“Terra Utopiam”

Copertina definitiva 4

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Una forte depressione sta sconvolgendo la vita di Franco Tribaldi, dirigente di una lavanderia industriale in provincia di Vicenza. Otto anni prima aveva accettato quella carica, cedendo alle continue pressioni di Biagio Stiroli, diventato suo socio. I due erano amici da molto tempo ma non così affiatati da portare avanti con successo l’attività che subisce in poco tempo un declino vertiginoso, causa la mancanza di professionalità da parte degli stessi, e le ripercussioni distruttive della crisi economica. La sensibilità e l’amore nei riguardi della moglie Elisa, portano Franco a commettere un passo pericoloso nel tentativo di impedire il fallimento ed evitare l’infelicità familiare. Questa decisione affrettata è la causa d’innumerevoli conseguenze negative, che sconvolgono il loro rapporto e la fragilità della loro anima.

“Anime Fragili” di Marco Bartiromo, versione cartacea ed e-book su Lulu.com e Amazon

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Frammenti….. Tra luci e ombre

Sono quasi due anni che porto avanti questo progetto, ma per un motivo o per un’altro, non sono mai riuscito a terminarlo. In questi giorni mi ci sono dedicato, e finalmente è nato il mio quarto lavoro editoriale “Frammenti”, un libro di poesie che ripercorre in versi un periodo della mia vita pieno di emozioni, tra alti e bassi, tra felicità e dolori, tra odio e amore, tra bene e male.

Frammenti

Tra luci e ombre

Marco Bartiromo

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Highest Order

“Ci sono diverse fasi in cui l’anima subisce varie metamorfosi, e ognuna di queste è un’esperienza progressiva di purificazione. Inizia a esplorare il tuo spazio interiore, sarà la tua prima fase di controllo. Non sei ancora pronto per capire ciò che è utile, buono, e ragionevole, per se stessi e per gli altri, in questo momento tu stai agendo egoisticamente pur di arrivare al tuo scopo. Non ti rendi conto che questo tuo modo di fare, oltre a danneggiare gli altri, rovina prima te? Hai messo Elena in una situazione di disagio per salvaguardare la tua colpevolezza, e sentirti sicuro. Ti sei appoggiato a me per trovare una via di fuga. Mi hai fatto partecipe del tuo peccato solo perché costretto, perché hai capito che le tue azioni m’incuriosivano al punto da far nascere mille dubbi. Adesso, io non ti sto dicendo di andartene, ma semplicemente di restare in attesa, affinché gli sviluppi non ci permettano di stabilire cosa sia meglio fare. Continuerai a studiare, sempre a nostre spese, ma la materia principale che dovrai frequentare non sarà solo filosofia, ma la conoscenza di te stesso e della tua coscienza.”

Tratto dal libro “Highest Order” di Marco Bartiromo

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“24 ore”

La storia di un uomo alla ricerca di se stesso e della sua identità. Un viaggio della mente e del cuore, attraverso immagini e ricordi. Come sottofondo lo scandire del tempo che, inesorabilmente, racchiude l’incantesimo della sua vita in sole ventiquattro ore.

Copertina fronte 24ore

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Il cocchiere si affrettò ad aprire la porta centrale ma John Dolben rimase seduto, assorto in preghiera, gli occhi chiusi e le mani conserte. Nel 1660 diventò canonico della Chiesa di Cristo, mantenendo gli Ordini della Chiesa Anglicana, due anni dopo fu nominato capo dell’Abbazia di Westminster, con la carica di Preside, funzione che gli permise di opporsi al tentativo di portare l’Abbazia sotto il governo diocesano. I suoi pensieri andavano oltre l’ordine religioso, in contraddizione al suo operato. Dai primi anni della sua vita, aveva sempre subito le inclinazioni teologiche di suo padre William….

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Il Cassetto nel Cassetto

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«Sono una figura di un romanzo ancora da scrivere, che passa aerea e sfaldata senza aver avuto una realtà, fra i sogni di chi non ha saputo completarmi». [Pessoa]

Ventoetempofermo

"L'uomo è libero, salvo in ciò che ha di profondo. Alla superficie, fa ciò che vuole; negli strati oscuri, Volontà è vocabolo privo di senso."

Orso Romeo

NON PENSO AL DOMANI, PERCHÈ NON SO NEANCHE SE ARRIVO A FINE GIORNATA

Humani nihil

Angolo di riflessione sui miracoli della creatività umana

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di Roma e di altri demoni

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Happy birthday to you :)

nascosta tra le righe

Ma li vedi quegli occhi? Bucano dentro... E quando smetti di guardarmi torna il vuoto.

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nel mio blog ci sara argomenti angelici e lovecoach dove troverai una professionista nell settore disponibile a darti una mano mediante un percorso interiore per aiutarti per migliorare la tua vita sentimentale

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