Category: Racconti


“…tra le righe di questo sterminato materiale, si rinvengono anche delle tracce di un’altra parte del mondo di Piedigrotta, di una sua dimensione oscura, quasi sconosciuta: un’altra festa, una Piedigrotta notturna.
Al tramonto del giorno 7 settembre, gruppi di uomini, donne e ragazzi vestiti con foggia guerresca, si muovevano da tutte le parti della città e dai paesi circonvicini, per raggiungere la zona del Santuario. Durante il cammino, si suonavano gli strumenti della musica tradizionale e, intonando i canti della Tradizione, si danzava il ballo sul tamburo o tarantella. Questo pellegrinaggio aveva come meta la Grotta di Pozzuoli, o Grotta di Posillipo: la Crypta Neapolitana degli Antichi, situata alle spalle del Santuario, nelle immediate vicinanze della cosiddetta tomba del poeta Virgilio Marone. In questo antro, forse da secoli, i napoletani si recavano nella notte tra il 7 e l’8 di settembre e, alla luce dei fuochi e delle fiaccole, stimolati dai canti e dalle danze tradizionali, celebravano una festa che, in alcune sue particolari circostanze, sembrava assumere i caratteri di un rituale erotico di fertilità femminile.
Questo, almeno fino agli inizi del XX secolo, quando la Grotta fu chiusa, e quella festa notturna, naturalmente, non ebbe più ragione di esistere.
Di quest’altra Piedigrotta, non si sa quasi nulla, ma, come si diceva, testimonianze ve ne sono, benché rarissime e assai frammentarie…”
Tratto dal libro “Festa Notturna” di Antonio Orselli
A settembre su… http://www.leparchedizioni.com

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La farfalla

L’ultima, proprio l’ultima,

di un giallo così intenso,

così assolutamente giallo,

come una lacrima di sole quando cade

sopra una roccia bianca,

così gialla, così gialla!

L’ultima volava in alto leggera,

aleggiava sicura,

per baciare il suo ultimo mondo.

Tra qualche giorno

sarà già la mia settima settimana

di ghetto: i miei mi hanno ritrovato qui,

e qui mi chiamano i fiori di ruta,

e il bianco candeliere del castagno,

nel cortile.

Ma qui non ho visto nessuna farfalla.

Quella dell’altra volta fu l’ultima:

le farfalle non vivono nel ghetto.

Pavel Friedman (1921 – 1944)

 

Pavel era un ragazzo ebreo che fu rinchiuso nella fortezza ghetto di Terezin (Repubblica Ceca), utilizzata dalla Gestapo come campo di concentramento per gli ebrei. Da Terezin gli ebrei venivano deportati dai nazisti in vari campi di sterminio. Pavel fu uno di loro, e ad Auschwitz trovò la morte.

Senza titolo-1

Questa raccolta ci permette di mettere insieme alcune delle testimonianze di quanti hanno vissuto la Shoah in prima persona o attraverso i loro cari e hanno voluto lasciare una traccia scritta della loro storia. Attraverso le loro parole abbiamo ripercorso, per non dimenticare, tutto ciò che e stato. Un esercizio di memoria utile a passare la fiaccola del ricordo alle nuove generazioni. Con gli anni, i testimoni dello sterminio ebraico non potranno più raccontarlo, e noi non possiamo correre il rischio di dimenticare questa pagina di storia.

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Streghe a Triora

Ali scure abbracciano Triora

e le finestre dilatano fiammelle,

fuochi fatui nell’ora dei fantasmi

che non riescono a ritrovar 

la propria quiete.

Su scabra radura si erge il vecchio noce

dalla chioma frondosa e generosa,

ed io che osservo, ho l’Anima rapita

dalla natura con la luna amica.

E la luna ha penetrato tutto il fogliame

inargentando foglie, qual puro argento,

soltanto i grilli tengono concerto 

frammentato dal cantico del vento.

Rintocca mezzanotte, ed è scoccata l’ora,

risvegliando fruscii misteriosi,

ed il disco lunare già s’appresta

per accendere a Triora una gran festa.

Splendide streghe con veli colorati

cingono il noce come caro amico.

ed intrecciano danze seducenti,

con occhi lampeggiati su noi viventi.

Or le streghe di Triora danzano in solitaria,

hanno viso risplendente qual fascinose maliarde.

Antonietta Germana Boero

Triora è un piccolo paese dell’entroterra ligure, in provincia di Imperia. La sua storia ha origini molto antiche, risalenti addirittura al tempo dei Romani. Tuttavia, per quello che ci riguarda, Triora sale agli onori della cronaca nel XVI secolo, quando ebbe luogo una terribile e violentissima “caccia alle streghe”, fatto che rese famosa Triora come “il paese delle streghe”.

Ma veniamo ai fatti. Tra il 1585 ed il 1587 Triora fu vittima di una gravissima carestia, che portò la popolazione sull’orlo della morte collettiva. In un clima come questo ed in un paese isolato come era quello di Triora, ancora “superstizioso” ed “arretrato”, è ovvio che gli animi si scaldassero nella maniera peggiore. Dunque, nel paese, si iniziò a sospettare che la causa di tale carestia non fosse completamente naturale, ma che ci fosse lo zampino di qualcun altro: delle streghe. Le colpevoli furono subito individuate in alcune donne abitanti il quartiere di Ca Botina, la zona fuori le mura più povera di tutto il paese. Il Parlamento generale del paese, un governo popolare formato dai maiores terrae e retto da sei consoli in rappresentanza delle principali famiglie magnatizie trioresi, messo al corrente di questi fatti, affidò al podestà forestiero Stefano Carrega l’incarico di organizzare il processo contro le supposte streghe. Il podestà decise di rivolgersi al vescovato della vicina Albenga, da cui Triora dipendeva, che inviò nel paese il proprio vicario, tale Girolamo Del Pozzo. Il vicario era coadiuvato, nel suo compito, da un vicario inquisitore proveniente da Genova. I due, giunti a Triora ai primi di ottobre del 1587, durante una messa solenne, invitarono tutti coloro che fossero a conoscenza di fatti utili al processo a parlare. La predica, che molto doveva allo stile di Savonarola, fece effetto sul popolo triorese: infatti, in breve furono denunciate e processate ben venti sospette streghe. Vennero, poi, preparati anche i luoghi di “interrogatorio”, anche se sarebbe meglio parlare di torture, ai quali le streghe furono sottoposti, luoghi ancora oggi visibili: casa “del Meggia”, anche chiamata “Ca’ de baggiure” (casa delle streghe) e “Ca’ di spiriti”. Dal processo si ebbero ben tredici donne colpevoli, più quattro ragazze ed addirittura un fanciullo: queste persone fecero i nomi di altri “complici”, appartenenti, alcuni, anche a famiglie aristocratiche. Questa eccessiva esplosione di attività magica in un paese piccolo come Triora risultò, tanto alla popolazione quanto ai membri del governo, fatto strano. Si ebbero, poi, anche le prime due vittime: la sessantenne Isotta Stella, uccisa dall’eccessiva “foga” di giustizia da parte degli assistenti dei due vicari, ed un’altra donna, di cui si ignora il nome, morta nel tentativo di fuggire da una finestre di casa “del Meggia”. Visti questi fatti, il Consiglio degli Anziani, rappresentante delle famiglie più altolocate del borgo, decise di chiedere al Parlamento generale un intervento da parte del governo di Genova, adducendo il fatto che il processo aveva perso di imparzialità ed i suoi esecutori stavano diventando sadici aguzzini e torturatori, più che semplici vicari della Chiesa di Roma. Tuttavia, il Parlamento generale, d’accordo con il podestà, rifiutò di rivolgersi a Genova. Furono dunque gli Anziani in prima persona, con una lunga lettera, a chiedere l’intervento esterno. Nella missiva, il Consiglio ragguagliava chi di dovere dei metodi eccessivamente duri utilizzati da Del Pozzo e dal suo assistente dell’Inquisizione, del fatto che molte donne fossero tenute prigioniere nonostante gli indizi a loro carico fossero solo indiziali o non avessero confessato alcun crimine; la lettera continuava poi riferendo delle torture alle quali le sospette streghe erano sottoposte (“con darli corda per lungo spatio e puoi fuoco alli piedi per longo spatio anchora; appresso le fanno vegliare per più d’hore quarantacinque incominciando dalla sera, oltre averle fatte con rupitorii pelare in tutte le parte del corpo; ne è questo populo redatto in desperatione maxime che s’intende che a quest’hora vi siino più di dugento persone nominate; e nel modo che sino a qui si è fatto,prima che si finisci saranno nominate la più parte del populo et forse tutta”) e riportando, ad esempio, anche il caso di Isotta Stella (“…dopo essere stata tormentata più volte alla corda, nonostante che fusse vecchia più di anni sessanta, un giorno fra li altri quasi disperata, chiamato a sé il vicario di monsignor vescovo confessò aver complici di quanto era sospetta, perché indi a presso nodrita di pane e acqua, straciata di tormenti, se ne è morta in confessa et senza ordini di chiesa”).

Alla lettera, il Doge ed i governatori genovesi rispondono sollecitando il vescovo di Albenga, con una lettera datata 16 gennaio 1588, a fare luce sui fatti denunciati dagli Anziani di Triora. Il 25 gennaio, il vescovo, Luca Fieschi, invia a Genova una lettera a lui recapitata alcuni giorni prima da Del Pozzo nella quale il vicario giustifica il proprio operato, si discolpa dalle accuse di tortura eccessiva ed ingiusta mosse dal Consiglio e spiega come la morte della donna caduta dalla finestra sia da imputare non ad un tentativo di fuga dalla tortura, ma al diavolo, che avrebbe tentato la donna (“…una notte, poco doppo che fu presa, tentata dal diavolo si procurò la fuga con guastare una sua veste che aveva indosso e accomodarla a guida di benda, ma non essendole riuscito il disegno, cascò subito che fu fuori dalla finestra et essendosi stropiata con pericolo di vitta, confessò subito tutto e chiedendo misericordia a Dio sen’è poi morta ultimamente confessa et per quanto si poteva scorgere contrita”). Il vicario, poi, concludeva la sua lettera promettendo di non avviare ulteriori processi contro streghe e di limitarsi a portare a conclusione quelli avviati fino a quel momento.

Il 10 gennaio i due vicari erano partiti da Triora, senza però liberare dalla prigionia tutte le streghe arrestate. In febbraio, vista questa situazione, il Parlamento di Triora pregò i governanti genovesi di “interessarsi” più da vicino del processo che stava avendo luogo nel paese, processo che stava causando fin troppi problemi a tutta la popolazione. Genova, allora, decise di inviare a Triora un Inquisitore Capo, affinché chiudesse definitivamente la questione, liberasse le innocenti e condannasse le colpevoli. E questo è ciò che egli fece: ascoltò le donne incarcerate, le quali negarono tutte tranne una quanto avevano confessato due vicari. L’Inquisitore Capo decise quindi di trattenerle tutte. Tutte tranne una: una fanciulla di 13 anni che venne liberata e che il 3 maggio abiurò nella chiesa della Collegiata durante la celebrazione di una messa solenne. La situazione, però, non cambia. Dunque, Genova, nel giugno 1588, decide di inviare a Triora un Commissario Speciale, tale Giulio Scribani, il quale, anziché sbloccare e chiudere il processo, dà nuova linfa alle accuse e fa incarcerare nuove potenziali streghe: Andagna, Bianchina, Battistina e Antonina Vivaldi-Scarella, che, si erano auto-dichiarate colpevoli di enormi delitti, tra i quali i più gravi erano omicidi di bambini innocenti di Andagna. Qualche giorno dopo l’arrivo di Scribani, il nuovo podestà del paese, Giovanni Battista Lerice, su ordine del Padre inquisitore di Genova, mandò a Genova per la revisione del processo le streghe ancora detenute a Triora. Il locale “bargello”, il capo della polizia, Francesco Totti, si occupò del trasferimento delle tredici donne trioresi, le quali gli furono consegnate il 27 giugno.

Il lavoro del Commissario Speciale, abbiamo detto, portò a formulare nuove accuse contro molte donne. Le quali, va detto, non furono soltanto di Triora: Scrivani mosse accuse di “reato contro Dio”, “commercio con il demonio”, “omicidio di donne e bambini” contro una ventina di donne di Castelfranco, contro due Montalto Ligure, Badalucco, Porto Maurizio e Sanremo. Il 22 luglio Scribani mandò a Genova i verbali degli interrogatori delle streghe insieme con la richiesta di condanna a morte per quattro donne di Andagna. Le accuse mosse da Scribani non rientravano nelle sue competenze. Dunque, il governo della Repubblica delegò la decisione sul da farsi a Serafino Petrozzi, auditore e consultore, il quale respinse tutte le conclusioni e le proposte di pena di Scribani, sostenendo che non si potevano “adottare provvedimenti punitivi mancando delle prove certe e inconfutabili”. La missione dello Scribani viene allora prorogata di un mese, ma Genova gli raccomanda di occuparsi solamente di compiti politici ed amministrativi e di lasciare all’Inquisizione la gestione del processo. Per quanto riguarda le accuse alle potenziali streghe di Andagna e di Bajardo, Petrozzi gli chiede di fornire prove più forti. Lo Scribani risponderà qualche giorno, l’8 agosto, affermando l’impossibilità di portare maggiori prove, in quanto i delitti dei quqli le donne erano accusate sarebbero stati consumati molto tempo prima o fuori dallo Stato (come nel Finalese, che comprendeva Finale Ligure, Finalborgo, Finalmarina, Finalpia, o a Oneglia, che faceva parte del Principato dei Savoia). Nonostante l’aperta ostilità di Genova, Scribani processò nuovamente le donne di Bajardo, pronunciando, per quattro loro, il 30 agosto, sentenza di morte. Una quinta ragazza, invece, inizialmente Scribani propose che fosse messa in convento, ma poi si convinse di condannarla a morte come le altre. Genova, ovviamente, mal digerì le ingerenze di Scribani. Dunque, per riprendere il controllo di una situazione che stava sfuggendo di mano, si decise di affiancare al giudice Petrozzi altri due commissari, il podestà Giuseppe Torre e Pietro Alaria Caracciolo, affinché si pronunciassero nuovamente sulle decisioni prese da Scribani. Incredibilmente, i tre, contrariamente a quanto stabilito in un primo tempo dal solo Petrozzi, diedero parere favorevole alla condanna a morte delle quattro streghe di Andagna e di altre due streghe di Badalucco e Castelfranco, Peirina Bianchi (“malefica confessa et convinta”) e Gentile Moro. Il Senato genovese, viste le decisioni dei tre giudici, approvò la condanna a morte delle cinque streghe accusate di delitti ed ordinò, allo stesso tempo, di scrivere al vescovo di Albenga, affinché, prima dell’esecuzione (condanna per impiccagione e cremazione dei corpi), le cinque condannate fossero riconciliate con la Chiesa. Alla ratificazione delle decisioni fatta dal Senato, però, si oppose, sempre da Genova, il Padre Inquisitore, che sostenne come l’eseguire processi e sancire condanne a morte per stregoneria fosse pertinenza, nel territorio della Repubblica genovese, della Santa Inquisizione di Roma, da lui rappresentata. Il governo genovese convenne con quanto affermato dal Padre Inquisitore. Le cinque donne, così, furono trasportate a Genova, dove si andarono ad unire alle altre loro tredici “colleghe”, già precedentemente condannate. Anche in questo caso, però, il procedimento rallenta i suoi tempi. La Congregazione del Sant’Uffizio, che si doveva occupare del processo, tenne tergiversò senza giungere ad alcuna decisione. Allora il doge e i governatori genovesi scrissero a Roma (febbraio aprile 1589) affinché il Sant’Uffizio prendesse quanto prima una decisione. Il 28 aprile 1589 il cardinale di Santa Severina, a nome della Congregazione, assicurò il governo di Genova che erano stati impartiti sollecitazioni ordini tassativi per una rapida conclusione della causa da parte della sezione di Genova. Il 27 maggio il doge e i governatori di Genova, tramite il cardinale genovese Sauli, sollecitarono nuovamente la Congregazione del Sant’Uffizio affinché concludesse la revisione del processo. Intanto, delle tredici donne inviate da Triora nel giugno 1588, tre erano morte e le altre erano state rimandate a casa, mentre, delle cinque donne condannate a morte, due erano decedute. Il 28 agosto 1589 il cardinale di Santa Severina annunciò al governo genovese che il procedimento di revisione del processo era finalmente terminato. Il tribunale della Santa Inquisizione aveva presumibilmente annullato alcune condanne a morte decise dall’autorità ecclesiastica genovese, stabilendo che le ultime tre streghe rimaste ancora nelle carceri venissero liberate. Rimane da vedere cosa accadde a Scribani, che tanta parte ha avuto nel complicare questi avvenimenti. Ad agosto, la Santa Inquisizione decise di aprire un procedimento contro di lui per aver invaso il campo riservato all’autorità ecclesiastica. Supportato dalla Repubblica genovese, però, che ne raccomandarono all’Inquisizione l’assoluzione, i cardinali decisero di assolverlo con formula piena, a patto che ne facesse pubblica richiesta al vicario arcivescovile di Genova, cosa che avvenne pochi giorni dopo.

Il “Processo di Triora” è stato uno dei grandi casi italiani di processi a streghe. Riguardo la sua legittimità, molte sono le voci discordanti. Come molte, del resto, furono le urla delle donne torturate ingiustamente dall’Inquisizione.

La camicia al muro – Erri De Luca

Amore e Roma, in enigmistica si chiamano palindrome le parole e le frasi leggibili anche al contrario. Mi accaddero entrambe con forza di primizia lontano dal mio luogo. Diciotto anni, dal primo all’ultimo ho vissuto nella città di nascita, Napoli, da sterile, senza amare nessuna ragazza nei quartieri dell’adolescenza. Solo nell’isola di fronte, un’estate, mi spuntò amore per una ragazza di Roma. E quando a diciotto anni evasi dal mio luogo di fondamento e sud, andai in quella città, perché mi era restato amore, poco, però buono a far girare da quella parte uno che si scioglieva dal suo centro ed era equidistante da ogni stazione di arrivo.

Lei era già grande, studiava architettura, fumava. lo mai capace di tabacco, derivati e affini, mi ero scrollato di dosso studi, case, famiglia, città. Ero spaesato e spiritato. Ci sono decisioni prese in età aspra che non cedono più, conficcate in chissà quale osso.

Come molti arrivati senza invito, Roma fu all’inizio ferrovia. Nei suoi paraggi trovai brande in camere mobiliate, insieme a sconosciuti. Non sono mai stato così solo, una buona condizione per innamorarsi o perdersi. Non fui disperso perché intorno c’era una strana collera di gioventù, politica, ma niente da mischiare con partiti. Spartita, irregolare, senza congressi, affiliazioni, tessere, aveva per campo la strada e per parlamento le assemblee. Sbatteva contro polizie, tribunali, prigioni. Fui dei loro perciò non mi sono disperso. Mi sono innamorato, non della prima, dell’isola, ma della sorella, sedici anni, spaventosa di volontà e bellezza. Aveva mani spellate da un malanno, il solo che ho amato. Veneravo quelle dita screpolate, rosse, indolenzite, non l’ha creduto mai. Fosse stata lebbra gliel’avrei leccata per appiccicarmela alla lingua, fosse stata morte l’avrei voluta io. Meno di questo, l’amore non è niente.

Succedeva l’anno millenovecentosessantanove, più duro e lungo dell’annata di assaggio sessantotto. Dei giovani cominciavano a pensare a se stessi secondo biografie di rivoluzionari del primo Novecento. In molti imparavamo il pianto artificiale dei lacrimogeni, le zuffe delle cariche, i colpi e il buffo trasporto in gabbie da polli, i cellulari. Chi ero, cosa potevo dire di me: niente. Non ero di niente e di nessun luogo. Ero uno dei molti, che a volte erano pochi a contarli in un cortile di questura, in mezzo a un’indurita rappresaglia di uomini in divisa. Ero uno, anche meno di uno. Però amavo. Amavo la ragazza dai capelli lisci, messa di profilo in una fotografia di primavera ai fori romani, una nostra passeggiata. Amavo la ragazza che mi aveva accolto nelle spalle larghe, come fa, con una barca, una tempesta.

Mi contavo i muscoli, le ossa, com’ero poco, mi contavo gli anni, le monete: come potevo tenerla? Lei cresceva, era un’estate di fichi d’India e una catena di baci esauditi. Non avevo altro da desiderare oltre l’uscio dei baci. Più della libertà ho aspettato il minuto bollente in cui quattro labbra sospendono il respiro e si mischiano per gustare se stesse attraverso altre due e si confondono per appartenersi.

Lei stava in casa, io in stanze, ci s’incontrava raramente soli. I baci non sono anticipo d’altre tenerezze, sono il punto più alto. Dalla loro sommità si può scendere nelle braccia, nelle spinte dei fianchi, ma è trascinamento. Solo i baci sono buoni come le guance del pesce. Noi due avevamo l’esca sulle labbra, abboccavamo insieme.

Era inverno e stavo in una stanzetta, la prima in affitto, vicino a Villa Ada. Avevo inchiodato al muro una camicia. Si aprivano i bottoni e dentro c’erano due fotografie, sue. Mi venne a trovare di nascosto, ero ammalato. Sbolliva addosso a me una qualche febbre spessa, prepotente. Aprendo la porta mi sono tenuto forte alla maniglia. Mi ha preso stretto, come abbracciare inverno, brividi battenti, marmo dentro i piedi. Non c’era riscaldamento, ma me ne sono accorto in quel momento. Il corpo era duro di freddo, mentre avrei voluto nelle vene più cioccolata che sangue. Mi tenne nel suo cappotto di pelle di montone foderato a lana. Chiuse la porta col tacco e mi spinse all’indietro verso il letto senza allentare l’abbraccio.

Mi stese, poi si tolse i panni lasciandosi una veste bianca, lieve. Entrò nel buio delle coperte e mi coprì tutto il corpo col suo. Stavo sotto di lei a tremare di felicità e di freddo. Le nostre parti combinavano una coincidenza, mano su mano, piede su piede, capelli su capelli, ombelico su ombelico, naso a fianco di naso a respirare solo con quello a bocche unite. Non erano baci, ma combaciamento di due pezzi. Se esiste una tecnica di resurrezione lei la stava applicando. Assorbiva il mio freddo e la mia febbre, materie grezze che impastate nel suo corpo tornavano a me sotto peso di amore. Il suo teneva sotto il mio e il mio reggeva il suo, come fa una terra con la neve. Se esiste un’ alleanza tra femmina e maschio, io l’ho provata allora.

Durò un’ora, di più di ogni per sempre. Prima di andare rise della camicia al muro. È la mia crocifissione abbottonata. Non glielo dissi che dentro c’era lei. Non venne più. L’inverno ci staccava. Era venuta per lasciarmi e invece s’era stesa a guarirmi. Le cose migliori dell’amore accadono per caso, si capiscono dopo. Credevo che quella visita era inizio per noi di più vasta vita insieme, era termine invece. Credevo al dopo ed era il prima. Mi sbattevano in testa a colpi di campana le sillabe del poeta spagnolo:

“Per andare al nord, andò al sud. / Pensò che il grano era acqua / si sbagliava. / Pensò che il mare era cielo / e la notte la mattina. / Si sbagliava. / Che le stelle erano rugiada / e il caldo una nevicata / si sbagliava”. Un cantante da noi aveva messo sotto musica questi versi. La musica, come il sale, conserva meglio. Mi sbagliavo e intanto guarivo dall’amore, dai suoi attacchi di felicità. Mi abituavo alla città, una conduttura che perdeva amore da tutte le fontane. La attraversavo con gli occhi che avrò di nuovo da vecchio: Villa Ada era piena di bambini e di madri che non mi riguardavano.

A quel tempo gli operai della mensa universitaria e gli studenti avevano deciso che chiunque poteva andare e mangiare, anche senza tesserino. Con trecento lire ero al riparo. La febbre e il digiuno erano finiti, mi nutrivo a via De Lollis insieme ai molti che inventavano diritti nuovi, togliendoli ai poteri. La città era messa in discesa per noi che scendevamo in piazze di centro e di periferie, circondati da truppe che non temevamo più.

A qualche manifestazione, dentro mucchi di noi, l’ho rivista qualche volta. Si era sposata presto.Diventava una donna, una, e ne aveva contenute molte e io le avevo conosciute. Avevo amato le sue molte ragazze che si provavano i vestiti da donna nell’anno dei baci. Più tardi ho amato qualche altra con lo sbaglio che fosse ancora lei. Pretendevo quello sbaglio per potermi innamorare.

Me ne andai di corsa dalla stanza in affitto qualche anno dopo senza portarmi dietro neanche una mutanda. La camicia inchiodata ai polsi restò lì, di nessuno. E forse è giusto andarsene così, svelti, inseguiti. Ma questo fu dopo, quando s’induriva l’odio civile e i sangui nostri e altrui non facevano in tempo a seccarsi.

Nella furia dei lutti dimenticai la ragazza che mi aveva tenuto dritto nel suo cappotto e si era staccata da me per diventare una donna. Roma era piena di guerra. Chi dice ch’era inventata, l’ha invece disertata. Non era obbligatorio battersi, ma c’era di che. Quella generazione dei molti non bandiva arruolamenti, si bastava. Non aspirava a maggioranze, spostava il carico con strappi di minoranza. Non mi manca perché non si è mai tolta dai pensieri. Né mi manca quell’ora di resurrezione sotto il corpo della ragazza amata. lo l’ho avuta quell’ora sconfinata. lo l’ho avuta.

di Erri De Luca, da Il contrario di uno, Feltrinelli, 2003

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Il Paese senza punta – Gianni Rodari

Giovannino Perdigiorno era un grande viaggiatore. Viaggia e viaggia, una volta capitò in un paese dove gli spigoli delle case erano rotondi, e i tetti non finivano a punta ma con una gobba dolcissima. Lungo la strada correva una siepe di rose e a Giovannino venne lì per lì l’idea di infilarsene una all’occhiello. Mentre coglieva la rosa faceva molta attenzione a non pungersi con le spine, ma si accorse subito che le spine non pungevano mica, non avevano punta e parevano di gomma, e facevano il solletico alla mano.
– Guarda, guarda, – disse Giovannino ad alta voce. Di dietro la siepe si affacciò una guardia municipale, sorridendo.
– Non lo sapeva che è vietato cogliere le rose?
– Mi dispiace, non ci ho pensato.
– Allora pagherà soltanto mezza multa, – disse la guardia, che con quel sorriso avrebbe potuto benissimo essere l’omino di burro che portava Pinocchio al Paese dei Balocchi. Giovannino osservò che la guardia scriveva la multa con una matita senza punta, e gli scappò di dire:
– Scusi, mi fa vedere la sua sciabola?
– Volentieri, – disse la guardia. E naturalmente nemmeno la sciabola aveva la punta.
– Ma che paese è questo? – domandò Giovannino.
– Il Paese senza punta, – rispose la guardia, con tanta gentilezza che le sue parole si dovrebbero scrivere tutte con la lettera maiuscola.
– E per i chiodi come fate?
– Li abbiamo aboliti da un pezzo, facciamo tutto con la colla. E adesso, per favore, mi dia due schiaffi. Giovannino spalancò la bocca come se dovesse inghiottire una torta intera.
– Per carità, non voglio mica finire in prigione per oltraggio a pubblico ufficiale. I due schiaffi, semmai, dovrei riceverli, non darli.
– Ma qui si usa così, – spiegò gentilmente la guardia, – per una multa intera quattro schiaffi, per mezza multa due soli.
– Alla guardia? – Alla guardia.
– Ma è ingiusto, è terribile.
– Certo che è ingiusto, certo che è terribile, – disse la guardia. – La cosa è tanto odiosa che la gente, per non essere costretta a schiaffeggiare dei poveretti senza colpa, si guarda bene dal fare niente contro la legge. Su, mi dia quei due schiaffi, e un’altra volta stia più attento.
– Ma io non le voglio dare nemmeno un buffetto sulla guancia: le farò una carezza, invece.
– Quand’è così, – concluse la guardia, – dovrò riaccompagnarla alla frontiera.
E Giovannino, umiliatissimo, fu costretto ad abbandonare il Paese senza punta. Ma ancor oggi sogna di poterci tornare, per viverci nel più gentile dei modi, in una bella casetta col tetto senza punta.

 

Il Paese senza punta

L’albero corrotto

Tomasz Alen Kopera 1976 - Polish Magical Surrealism painter - Tutt'Art@ (16)

Si spande col dolore la maschera del pianto

cercando consensi sul banco del supplizio.

Immagini angosciose tappezzano la vita,

ma il lutto non gioisce e il vuoto deprime.

Si parla di morte, di foglie cadute per caso,

di rami trapiantati da un ceppo malato.

Si versano parole sulla corteccia straziata

sfamando con il sangue un albero corrotto.

La terra non frana se la radice vive

ma il frutto marcisce e rovina il raccolto.

Si parla di morte, di foglie cadute per caso,

di rami trapiantati da un ceppo malato.

Marco Bartiromo

 

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Aspetto le vostre critiche.

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Il cocchiere si affrettò ad aprire la porta centrale ma John Dolben rimase seduto, assorto in preghiera, gli occhi chiusi e le mani conserte. Nel 1660 diventò canonico della Chiesa di Cristo, mantenendo gli Ordini della Chiesa Anglicana, due anni dopo fu nominato capo dell’Abbazia di Westminster, con la carica di Preside, funzione che gli permise di opporsi al tentativo di portare l’Abbazia sotto il governo diocesano. I suoi pensieri andavano oltre l’ordine religioso, in contraddizione al suo operato. Dai primi anni della sua vita, aveva sempre subito le inclinazioni teologiche di suo padre William….

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The Devil Corp

An unchallenged assessment of a notorious and insanely wicked direct sales cult

Soffio di respiri

Viola, 23 anni, studentessa, incosciente, innocente. Bovarista deleteria. Racconto di me, chi sono, cosa penso, sbaglio e rattoppo!

Giusy in cucina

Tante Ricette - tanto buon cibo - tante curiosità e informazioni

Blog Femme & Infos

"La mode sans vulgarité"

Ispace Ligth

mistero,curiosità e tanto altro ancora...

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Sara Massa

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Finché si avranno passioni non si cesserà di scoprire il mondo.

Lorenzo Manara

Scrittore di romanzi con il cassetto pieno.

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Nu-mi dați sfaturi. Știu sa greșesc și singur

LePassepartout

"Scientia est Potentia"

Parole in Libertà

di Mademoiselle M

sempremar

Eppure, se avessi potuto ricominciare da capo, ero sicuro che avrei rifatto le stesse identiche cose. Perché quello ero io.

Livelines

«Sono una figura di un romanzo ancora da scrivere, che passa aerea e sfaldata senza aver avuto una realtà, fra i sogni di chi non ha saputo completarmi». [Pessoa]

Ventoetempofermo

"L'uomo è libero, salvo in ciò che ha di profondo. Alla superficie, fa ciò che vuole; negli strati oscuri, Volontà è vocabolo privo di senso."

Orso Romeo

NON PENSO AL DOMANI, PERCHÈ NON SO NEANCHE SE ARRIVO A FINE GIORNATA

Humani nihil

Angolo di riflessione sui miracoli della creatività umana

La venere degli stracci

di Roma e di altri demoni

newvideos31

Happy birthday to you :)

nascosta tra le righe

Ma li vedi quegli occhi? Bucano dentro... E quando smetti di guardarmi torna il vuoto.

tarocchi de gli angeli

nel mio blog ci sara gli angeli che ci consiglieranno settimanalmente e argomenti angelici

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