Ali scure abbracciano Triora

e le finestre dilatano fiammelle,

fuochi fatui nell’ora dei fantasmi

che non riescono a ritrovar 

la propria quiete.

Su scabra radura si erge il vecchio noce

dalla chioma frondosa e generosa,

ed io che osservo, ho l’Anima rapita

dalla natura con la luna amica.

E la luna ha penetrato tutto il fogliame

inargentando foglie, qual puro argento,

soltanto i grilli tengono concerto 

frammentato dal cantico del vento.

Rintocca mezzanotte, ed è scoccata l’ora,

risvegliando fruscii misteriosi,

ed il disco lunare già s’appresta

per accendere a Triora una gran festa.

Splendide streghe con veli colorati

cingono il noce come caro amico.

ed intrecciano danze seducenti,

con occhi lampeggiati su noi viventi.

Or le streghe di Triora danzano in solitaria,

hanno viso risplendente qual fascinose maliarde.

Antonietta Germana Boero

Triora è un piccolo paese dell’entroterra ligure, in provincia di Imperia. La sua storia ha origini molto antiche, risalenti addirittura al tempo dei Romani. Tuttavia, per quello che ci riguarda, Triora sale agli onori della cronaca nel XVI secolo, quando ebbe luogo una terribile e violentissima “caccia alle streghe”, fatto che rese famosa Triora come “il paese delle streghe”.

Ma veniamo ai fatti. Tra il 1585 ed il 1587 Triora fu vittima di una gravissima carestia, che portò la popolazione sull’orlo della morte collettiva. In un clima come questo ed in un paese isolato come era quello di Triora, ancora “superstizioso” ed “arretrato”, è ovvio che gli animi si scaldassero nella maniera peggiore. Dunque, nel paese, si iniziò a sospettare che la causa di tale carestia non fosse completamente naturale, ma che ci fosse lo zampino di qualcun altro: delle streghe. Le colpevoli furono subito individuate in alcune donne abitanti il quartiere di Ca Botina, la zona fuori le mura più povera di tutto il paese. Il Parlamento generale del paese, un governo popolare formato dai maiores terrae e retto da sei consoli in rappresentanza delle principali famiglie magnatizie trioresi, messo al corrente di questi fatti, affidò al podestà forestiero Stefano Carrega l’incarico di organizzare il processo contro le supposte streghe. Il podestà decise di rivolgersi al vescovato della vicina Albenga, da cui Triora dipendeva, che inviò nel paese il proprio vicario, tale Girolamo Del Pozzo. Il vicario era coadiuvato, nel suo compito, da un vicario inquisitore proveniente da Genova. I due, giunti a Triora ai primi di ottobre del 1587, durante una messa solenne, invitarono tutti coloro che fossero a conoscenza di fatti utili al processo a parlare. La predica, che molto doveva allo stile di Savonarola, fece effetto sul popolo triorese: infatti, in breve furono denunciate e processate ben venti sospette streghe. Vennero, poi, preparati anche i luoghi di “interrogatorio”, anche se sarebbe meglio parlare di torture, ai quali le streghe furono sottoposti, luoghi ancora oggi visibili: casa “del Meggia”, anche chiamata “Ca’ de baggiure” (casa delle streghe) e “Ca’ di spiriti”. Dal processo si ebbero ben tredici donne colpevoli, più quattro ragazze ed addirittura un fanciullo: queste persone fecero i nomi di altri “complici”, appartenenti, alcuni, anche a famiglie aristocratiche. Questa eccessiva esplosione di attività magica in un paese piccolo come Triora risultò, tanto alla popolazione quanto ai membri del governo, fatto strano. Si ebbero, poi, anche le prime due vittime: la sessantenne Isotta Stella, uccisa dall’eccessiva “foga” di giustizia da parte degli assistenti dei due vicari, ed un’altra donna, di cui si ignora il nome, morta nel tentativo di fuggire da una finestre di casa “del Meggia”. Visti questi fatti, il Consiglio degli Anziani, rappresentante delle famiglie più altolocate del borgo, decise di chiedere al Parlamento generale un intervento da parte del governo di Genova, adducendo il fatto che il processo aveva perso di imparzialità ed i suoi esecutori stavano diventando sadici aguzzini e torturatori, più che semplici vicari della Chiesa di Roma. Tuttavia, il Parlamento generale, d’accordo con il podestà, rifiutò di rivolgersi a Genova. Furono dunque gli Anziani in prima persona, con una lunga lettera, a chiedere l’intervento esterno. Nella missiva, il Consiglio ragguagliava chi di dovere dei metodi eccessivamente duri utilizzati da Del Pozzo e dal suo assistente dell’Inquisizione, del fatto che molte donne fossero tenute prigioniere nonostante gli indizi a loro carico fossero solo indiziali o non avessero confessato alcun crimine; la lettera continuava poi riferendo delle torture alle quali le sospette streghe erano sottoposte (“con darli corda per lungo spatio e puoi fuoco alli piedi per longo spatio anchora; appresso le fanno vegliare per più d’hore quarantacinque incominciando dalla sera, oltre averle fatte con rupitorii pelare in tutte le parte del corpo; ne è questo populo redatto in desperatione maxime che s’intende che a quest’hora vi siino più di dugento persone nominate; e nel modo che sino a qui si è fatto,prima che si finisci saranno nominate la più parte del populo et forse tutta”) e riportando, ad esempio, anche il caso di Isotta Stella (“…dopo essere stata tormentata più volte alla corda, nonostante che fusse vecchia più di anni sessanta, un giorno fra li altri quasi disperata, chiamato a sé il vicario di monsignor vescovo confessò aver complici di quanto era sospetta, perché indi a presso nodrita di pane e acqua, straciata di tormenti, se ne è morta in confessa et senza ordini di chiesa”).

Alla lettera, il Doge ed i governatori genovesi rispondono sollecitando il vescovo di Albenga, con una lettera datata 16 gennaio 1588, a fare luce sui fatti denunciati dagli Anziani di Triora. Il 25 gennaio, il vescovo, Luca Fieschi, invia a Genova una lettera a lui recapitata alcuni giorni prima da Del Pozzo nella quale il vicario giustifica il proprio operato, si discolpa dalle accuse di tortura eccessiva ed ingiusta mosse dal Consiglio e spiega come la morte della donna caduta dalla finestra sia da imputare non ad un tentativo di fuga dalla tortura, ma al diavolo, che avrebbe tentato la donna (“…una notte, poco doppo che fu presa, tentata dal diavolo si procurò la fuga con guastare una sua veste che aveva indosso e accomodarla a guida di benda, ma non essendole riuscito il disegno, cascò subito che fu fuori dalla finestra et essendosi stropiata con pericolo di vitta, confessò subito tutto e chiedendo misericordia a Dio sen’è poi morta ultimamente confessa et per quanto si poteva scorgere contrita”). Il vicario, poi, concludeva la sua lettera promettendo di non avviare ulteriori processi contro streghe e di limitarsi a portare a conclusione quelli avviati fino a quel momento.

Il 10 gennaio i due vicari erano partiti da Triora, senza però liberare dalla prigionia tutte le streghe arrestate. In febbraio, vista questa situazione, il Parlamento di Triora pregò i governanti genovesi di “interessarsi” più da vicino del processo che stava avendo luogo nel paese, processo che stava causando fin troppi problemi a tutta la popolazione. Genova, allora, decise di inviare a Triora un Inquisitore Capo, affinché chiudesse definitivamente la questione, liberasse le innocenti e condannasse le colpevoli. E questo è ciò che egli fece: ascoltò le donne incarcerate, le quali negarono tutte tranne una quanto avevano confessato due vicari. L’Inquisitore Capo decise quindi di trattenerle tutte. Tutte tranne una: una fanciulla di 13 anni che venne liberata e che il 3 maggio abiurò nella chiesa della Collegiata durante la celebrazione di una messa solenne. La situazione, però, non cambia. Dunque, Genova, nel giugno 1588, decide di inviare a Triora un Commissario Speciale, tale Giulio Scribani, il quale, anziché sbloccare e chiudere il processo, dà nuova linfa alle accuse e fa incarcerare nuove potenziali streghe: Andagna, Bianchina, Battistina e Antonina Vivaldi-Scarella, che, si erano auto-dichiarate colpevoli di enormi delitti, tra i quali i più gravi erano omicidi di bambini innocenti di Andagna. Qualche giorno dopo l’arrivo di Scribani, il nuovo podestà del paese, Giovanni Battista Lerice, su ordine del Padre inquisitore di Genova, mandò a Genova per la revisione del processo le streghe ancora detenute a Triora. Il locale “bargello”, il capo della polizia, Francesco Totti, si occupò del trasferimento delle tredici donne trioresi, le quali gli furono consegnate il 27 giugno.

Il lavoro del Commissario Speciale, abbiamo detto, portò a formulare nuove accuse contro molte donne. Le quali, va detto, non furono soltanto di Triora: Scrivani mosse accuse di “reato contro Dio”, “commercio con il demonio”, “omicidio di donne e bambini” contro una ventina di donne di Castelfranco, contro due Montalto Ligure, Badalucco, Porto Maurizio e Sanremo. Il 22 luglio Scribani mandò a Genova i verbali degli interrogatori delle streghe insieme con la richiesta di condanna a morte per quattro donne di Andagna. Le accuse mosse da Scribani non rientravano nelle sue competenze. Dunque, il governo della Repubblica delegò la decisione sul da farsi a Serafino Petrozzi, auditore e consultore, il quale respinse tutte le conclusioni e le proposte di pena di Scribani, sostenendo che non si potevano “adottare provvedimenti punitivi mancando delle prove certe e inconfutabili”. La missione dello Scribani viene allora prorogata di un mese, ma Genova gli raccomanda di occuparsi solamente di compiti politici ed amministrativi e di lasciare all’Inquisizione la gestione del processo. Per quanto riguarda le accuse alle potenziali streghe di Andagna e di Bajardo, Petrozzi gli chiede di fornire prove più forti. Lo Scribani risponderà qualche giorno, l’8 agosto, affermando l’impossibilità di portare maggiori prove, in quanto i delitti dei quqli le donne erano accusate sarebbero stati consumati molto tempo prima o fuori dallo Stato (come nel Finalese, che comprendeva Finale Ligure, Finalborgo, Finalmarina, Finalpia, o a Oneglia, che faceva parte del Principato dei Savoia). Nonostante l’aperta ostilità di Genova, Scribani processò nuovamente le donne di Bajardo, pronunciando, per quattro loro, il 30 agosto, sentenza di morte. Una quinta ragazza, invece, inizialmente Scribani propose che fosse messa in convento, ma poi si convinse di condannarla a morte come le altre. Genova, ovviamente, mal digerì le ingerenze di Scribani. Dunque, per riprendere il controllo di una situazione che stava sfuggendo di mano, si decise di affiancare al giudice Petrozzi altri due commissari, il podestà Giuseppe Torre e Pietro Alaria Caracciolo, affinché si pronunciassero nuovamente sulle decisioni prese da Scribani. Incredibilmente, i tre, contrariamente a quanto stabilito in un primo tempo dal solo Petrozzi, diedero parere favorevole alla condanna a morte delle quattro streghe di Andagna e di altre due streghe di Badalucco e Castelfranco, Peirina Bianchi (“malefica confessa et convinta”) e Gentile Moro. Il Senato genovese, viste le decisioni dei tre giudici, approvò la condanna a morte delle cinque streghe accusate di delitti ed ordinò, allo stesso tempo, di scrivere al vescovo di Albenga, affinché, prima dell’esecuzione (condanna per impiccagione e cremazione dei corpi), le cinque condannate fossero riconciliate con la Chiesa. Alla ratificazione delle decisioni fatta dal Senato, però, si oppose, sempre da Genova, il Padre Inquisitore, che sostenne come l’eseguire processi e sancire condanne a morte per stregoneria fosse pertinenza, nel territorio della Repubblica genovese, della Santa Inquisizione di Roma, da lui rappresentata. Il governo genovese convenne con quanto affermato dal Padre Inquisitore. Le cinque donne, così, furono trasportate a Genova, dove si andarono ad unire alle altre loro tredici “colleghe”, già precedentemente condannate. Anche in questo caso, però, il procedimento rallenta i suoi tempi. La Congregazione del Sant’Uffizio, che si doveva occupare del processo, tenne tergiversò senza giungere ad alcuna decisione. Allora il doge e i governatori genovesi scrissero a Roma (febbraio aprile 1589) affinché il Sant’Uffizio prendesse quanto prima una decisione. Il 28 aprile 1589 il cardinale di Santa Severina, a nome della Congregazione, assicurò il governo di Genova che erano stati impartiti sollecitazioni ordini tassativi per una rapida conclusione della causa da parte della sezione di Genova. Il 27 maggio il doge e i governatori di Genova, tramite il cardinale genovese Sauli, sollecitarono nuovamente la Congregazione del Sant’Uffizio affinché concludesse la revisione del processo. Intanto, delle tredici donne inviate da Triora nel giugno 1588, tre erano morte e le altre erano state rimandate a casa, mentre, delle cinque donne condannate a morte, due erano decedute. Il 28 agosto 1589 il cardinale di Santa Severina annunciò al governo genovese che il procedimento di revisione del processo era finalmente terminato. Il tribunale della Santa Inquisizione aveva presumibilmente annullato alcune condanne a morte decise dall’autorità ecclesiastica genovese, stabilendo che le ultime tre streghe rimaste ancora nelle carceri venissero liberate. Rimane da vedere cosa accadde a Scribani, che tanta parte ha avuto nel complicare questi avvenimenti. Ad agosto, la Santa Inquisizione decise di aprire un procedimento contro di lui per aver invaso il campo riservato all’autorità ecclesiastica. Supportato dalla Repubblica genovese, però, che ne raccomandarono all’Inquisizione l’assoluzione, i cardinali decisero di assolverlo con formula piena, a patto che ne facesse pubblica richiesta al vicario arcivescovile di Genova, cosa che avvenne pochi giorni dopo.

Il “Processo di Triora” è stato uno dei grandi casi italiani di processi a streghe. Riguardo la sua legittimità, molte sono le voci discordanti. Come molte, del resto, furono le urla delle donne torturate ingiustamente dall’Inquisizione.

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