Non ci sono abituato e neanche allenato.

Non avrei mai immaginato di andarmene in giro, senza una meta precisa, con una bici, per giunta da donna.

L’importante è cercare sempre tragitti comodi o, almeno, che siano alla mia portata.

Al mio livello atletico.

Come se fosse facile.

Il mio fisico cede, sotto i colpi dell’età e del dolce far niente.

Le gambe soffrono e l’addome è sempre più gonfio.

Pedalare riduce questi eufemismi, se riesco a dedicarmi con pazienza e regolarità. Dieci chilometri al giorno e mi sento già meglio.

Anche l’alimentazione ha un ruolo decisivo e, mio malgrado, cerco di combattere i miei peccati di gola.

Da buon napoletano, ho sempre apprezzato la buona cucina ma sono sempre riuscito a smaltire gli eccessi, con il lavoro e il mio entusiasmo.

Cose che adesso sono venute a mancare e purtroppo, vista l’età, difficili da ritrovare.

Adesso pedalo ma mi guardo intorno e vedo il mondo che cambia. Ho cinquantadue anni e da quasi cinque, sono in cerca, parafrasando Bennato, di un’isola che non c’è. Di un posto consono alle mie esigenze e alla mia tranquillità, soprattutto mentale.

Continuo a pedalare, pensando che non può essere, sempre, tutto in piano, ci dovranno pur essere delle discese e delle salite.

La cosa che più mi soddisfa, è la perfetta manutenzione delle strade, raramente trovo delle buche e questo allieta la mia colonna vertebrale.

Insisto e… pedalo.

È una giornata bellissima, piena di sole.

È il 14 Maggio del 2012.

Il mio nome è Marco.

Ho bisogno di una sosta e mi fermo a sedere su di una panchina, al fresco, nel piazzale antistante alla Chiesa di Montecchio Maggiore.

Il suono delle campane annuncia che si sono fatte le undici e dall’Arcata principale, vedo un gruppo di persone, tutte vestite a festa, che attende l’uscita degli sposi, felici di questa loro nuova avventura.

La vita traccia inesorabilmente le mete che, tutti noi, dobbiamo raggiungere.

Per un attimo ripenso a quel giorno, che precludeva alla mia avventura.

Era il 14 Maggio del 1984.

Sono passati molti anni e le immagini di quel giorno sono ormai appannate, ingiallite, sfocate, con pochi tratti di leggibilità e con volti irriconoscibili.

Sì, anch’io ho raggiunto quella meta.

Forse più che meta, direi una voragine.

Una buca profonda e buia, comparsa all’improvviso sull’orlo della strada, senza un segnale che ti avvertisse della pericolosità, senza transenne che ostacolassero la caduta.

Ci sono finito dentro, senza neanche accorgermi.

È stato un attimo e la luce si smorzava repentinamente, fino ad arrivare al buio più profondo.

Forse quella che, adesso, rischiara la strada, è una luce artificiale?

Sono ancora rinchiuso nelle viscere della terra?

No, assolutamente. Mi sono aggrappato a qualsiasi appiglio pur di risalire e ho ricollegato i pochi pezzi che sono riuscito a portare via con me.

Sono un uomo a pezzi.

In quella caduta mi sono procurato due cicatrici, nel senso metaforico della parola, che non scompariranno mai dalla mia pelle e dal mio cuore: i miei figli.

Rosa, ventisette anni e Salvio, ventitré.

Nelle mie scorribande lavorative, tra tentativi e illusorie speranze, ho perso anche loro.

Solo pochi messaggi con biglietto di sola andata e senza riscontro di ricezione avvenuta.

Mi manca la forza e forse ho paura.

Non ho il coraggio di affrontare questa battaglia, forse perché privo di armi e adeguata corazza.

L’immagine che, invece, è sempre nitida nella mia mente, è il panorama che si ammirava all’uscita della chiesetta, posta in cima alla collina di Somma Vesuviana, in provincia di Napoli.

La città partenopea sembrava omaggiare quell’evento, prostrandosi ai miei piedi dall’alto di quel colle.

È lì che aspetta il mio ritorno, come Itaca attendeva quello di Ulisse.

 

“Buongiorno. Posso farle qualche domanda?”

“Dica.”

“Conosce qualcuno, tra i suoi amici o familiari, che non lavora?”

“Perché. Sta reclutando operai?”

“No, purtroppo no. Stiamo facendo un sondaggio per valutare il numero di disoccupati nel nostro paese. Un censimento lavorativo per capire gli effetti della crisi.”

“Vada a capirlo altrove, non ho nessuna voglia di amareggiarmi ulteriormente.”

“Ok, mi scusi. Grazie lo stesso.”

Forse sarò stato troppo drastico e maleducato ma mi stava facendo ricadere nella mia voragine buia.

Il lavoro?

La nostra Costituzione dice che l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro e che la sovranità appartiene al popolo. Per questo mi sono posto tante volte mille domande e, sono sicuro, lo stesso avranno fatto migliaia di altre persone.

Se il lavoro viene a mancare, com’è capitato a me, e la nave va a picco, come faccio a resistere in alto mare senza neanche avere la possibilità di aggrapparmi a un salvagente? E cosa me ne faccio di questa sovranità, se il Governo non mi aiuta e non mi mette in condizione di lavorare?

Schettino è l’esempio vivente, purtroppo, di quello che può succedere quando la nave affonda.

Torniamo a noi, sovrani d’Italia.

Non sono una persona in grado di fare un comizio o dare dei suggerimenti in merito e non me ne intendo di politica.

Come tanti altri, nella mia stessa situazione, cerco espedienti per andare avanti, aggrappandomi alla fune bagnata di sudore, che la mia compagna di vita, la proprietaria della bici, ha legato agli ormeggi della sua barca e, con forza, cerco di non lasciare la presa.

Guardo la bici e le faccio un sorriso.

È la mia salvezza.

Doppio salvagente gonfiabile con camera d’aria incorporata e raggi decorativi ultrasensibili, manubrio femminile adeguatamente regolato e sellino anatomico, cambio Shimano di ultima generazione.

È un gioiello.

Un giorno opterò per il passaggio di proprietà.

Forse con questa crisi, ci saranno più ciclisti di automobilisti e si ritornerà a respirare aria pulita.

Come l’aria che respiro in questo momento, tra odore di tiglio e gelsomini in fiore.

Questa è una bella cosa ma mi sa tanto di antiquariato. È lo stesso odore che sento quando m’incammino tra le bancarelle di un mercato di cose usate e riciclate.

Nello stesso tempo, è piacevole e rilassante.

 

L’incantesimo va in frantumi, tra gli applausi che giungono dall’uscita della Chiesa.

Gli sposi, alquanto imbarazzati, si stringono all’affetto di parenti e amici, mentre sorridono felici, guardando la loro auto nuziale imballata con carta igienica.

Forse, tra qualche anno, penseranno che sarebbe stato più logico trovare due bici, con nastri colorati e palloncini legati al copriruota.

È un’idea da valutare, anche se già attuata, visto il periodo che viviamo.

Continuo a respirare quell’aria gradevole e per andare controcorrente, mi accendo una sigaretta al gusto di smog, con una piccola quantità di tabacco.

Anche i monopoli di stato devono fare economia e per rispettare la eurozone, riducono la quantità di tabacco e aumentano i prezzi.

Tra una boccata e un’altra, socchiudo gli occhi e mi appoggio alla base di marmo, che insieme alla panchina, formano un’opera d’arte e mi lascio sfiorare da un raggio di sole, caldo e meditabile.

Che rilassamento…! Zzzzzzz…

 

 

“Viva gli sposi”

Chi? Io?

Non ci posso credere. Chi mi ha incastrato?

Ma cosa fanno?

Queste sono pietre, altro che confetti.

Il danno è già compiuto, adesso arriva la beffa.

“Viva, viva.”

Questa donna che è al mio fianco, dovrebbe essere la mia sposa.

Mi stringe il braccio come se avesse paura che scappi.

La guardo ancora ma non la riconosco.

Sarà un matrimonio combinato ma non ricordo di aver preso nessun accordo.

“Lunga vita agli sposi.”

Bè! Adesso mi gratterei piacevolmente.

Si dice che essere scaramantici, preclude l’ignoranza. Non importa, meglio prevenire.

Agisco tramite la tasca dei pantaloni, nessuno se ne accorgerà.

Tu guarda che modello antico mi hanno fatto indossare.

Mi cade lungo, sulle scarpe nere e lucide.

Avrei il desiderio di fargli qualche piega, visto le scale che dobbiamo intraprendere.

La giacca, poi, è incredibile. Doppio petto alla Humphrey Bogart.

Ci manca solo il cappello.

Sono tutte persone che non conosco.

Mai viste.

Forse mi hanno drogato. Non è possibile che non ricordi niente e non conosca nessuno.

L’amnesia è totale, non riesco neanche a ricordare all’interno della Chiesa cosa sia successo.

Lanciano ancora confetti, sono proprio masochisti.

Lei, al mio fianco, mi sorride.

Ha un bel viso con caratteri orientali.

Occhi verdi e pelle olivastra, con qualche pelo superfluo, forse troppi, e anche molte rughe.

Capelli lunghi e ricci, che scendono sulle spalle, coperti leggermente da un velo.

L’abito è bellissimo, con uno strascico sorretto da due damigelle.

Alcune persone ci vengono incontro, abbracciandoci e baciandoci.

Non credo assolutamente di averli mai visti.

Tutti sorridenti e gentili.

Uno di loro mi guarda con un’aria severa e austera.

Mi abbraccia e mi sussurra:

“Cammina e sorridi, poi ti spiegherò.”

Forse è il padre della sposa.

Ha un accento siciliano, non molto marcato.

Si allontana inscenando un pianto di commozione, asciugandosi le finte lacrime con un fazzoletto tutto ricamato e lasciando il posto agli altri invitati, per la conclusione dei saluti.

Mi guardo intorno e mi accorgo di non conoscere neanche il posto: mai visto.

Davanti a noi c’è una ripida scalinata tutta in pietra, bordata da un ricco fogliame e alberi altissimi.

Non si riesce a scorgere neanche la fine, sembra di entrare in una foresta.

Ci incamminiamo con calma, mentre le damigelle ci seguono, impegnate in una difficile impresa.

Alle nostre spalle una marea di persone che già assaporano con il pensiero, le prelibatezze del pranzo nuziale.

Non è possibile.

Come ci sono capitato in questo posto?

E chi è la donna al mio fianco?

Più scendiamo e più il buio si fa cupo.

Finalmente riesco a intravedere un po’ di luce.

Ci siamo quasi.

Sono finite le scale e continuiamo a camminare ancora per un breve tratto, mentre intorno a noi si dirada la foresta.

Arriviamo in un piazzale molto ampio e davanti a noi c’è un’auto nera, un modello d’antiquariato rimesso a nuovo, con dei nastri che la fasciano come se fosse un pacco regalo.

Continuo a non capire.

Se entro in quell’auto, con questa donna che non conosco, forse sarà troppo tardi e continuerò ad angosciarmi senza trovare un perché.

Devo trovare una soluzione, al più presto.

Quello che riesco a notare è che ci troviamo su un altopiano.

Dalla ringhiera che circonda il piazzale, s’intravede in lontananza un paesaggio, posto in basso, che dà sul mare.

Certo, che stupido.

È Siracusa.

“Vi aspettiamo al ristorante, fate presto con le foto.”

Gli invitati non attendono altro.

Applaudono ancora e ci invitano a partire, sono spazientiti.

La persona che immagino sia il padre della mia sposa sconosciuta mi viene vicino e, prendendomi sotto braccio mi dice:

“Devi stare tranquillo, ti vedo troppo agitato. Adesso andrai con mia figlia e farete le foto del vostro matrimonio, io vi aspetterò al ristorante. Quando tutto sarà finito, capirai quello che sta succedendo ma per il momento, ti conviene non fare scherzi, mi raccomando. I miei uomini ti faranno compagnia.”

I suoi “uomini” aspettavano accanto all’auto.

Due colossi di un metro e novanta.

Non ho molte speranze.

Mi avranno somministrato qualcosa che ha offuscato la mia mente e adesso, pian piano, mi sto riprendendo. Quello che non capisco ancora, è come mai non ricordo le immagini all’interno della Chiesa.

Almeno sono riuscito a ricordare dove sono.

Per i ricordi ci penserò dopo, al momento ho l’urgenza di trovare una via di fuga.

I due uomini ci aprono le portiere dell’auto, invitandoci a entrare mentre il fotografo comincia a scattare delle foto.

Mi giro verso la mia adorata sposa e le sussurro:

“Mi piacerebbe fare una foto con questo splendido panorama sullo sfondo.”

“No. Dobbiamo chiedere il permesso a papà.”

Orribile.

Era la prima volta che la sentivo parlare.

Meglio fare finta di niente e cercare di non far notare il mio disgusto.

La sua voce mascolina, dimostrava una dubbia presenza vaginale e il suo alito invitava allo svenimento.

Le sorrido e annuisco con la testa.

Lei, o lui, fa un cenno a uno degli uomini rocciosi e dopo neanche un minuto, mi sento afferrare il braccio dal padre:

“Che cosa è successo?”

“Niente, stia tranquillo. Avevo chiesto a sua figlia di fare una foto sul davanzale panoramico.”

Guarda sua figlia e senza dire una parola, fa cenno di sì con la testa.

Ci incamminiamo, seguiti dai due pilastri e dal fotografo.

Con una voce così, avrà anche un torace villoso.

Mi vengono i brividi solo a pensarci.

Cammino piano e mi guardo intorno.

Sì, quella potrebbe essere la mia salvezza.

È lì, appoggiata a un palo.

Una mountain bike tutta rossa, come una Ferrari.

Devo agire come un falco, senza tentennamenti. Speriamo solo, che non abbia qualche cavetto d’acciaio come antifurto.

Sento la sua mano sudata, stringermi più forte. Probabilmente sarà una sensitiva.

Stiamo per giungere alla ringhiera e conto fino a tre.

Uno.

Due.

Tre.

Via.

Con uno scatto repentino, arrivo ad afferrare il manubrio della mia Ferrari rossa e, sempre correndo, le salto in groppa, dirigendomi verso una stradina che avevo notato prima e che, credo e spero, sia la strada giusta.

Sento le voci concitate delle persone che cercano inutilmente di fermarmi.

Mi giro per dare un’occhiata e mi accorgo che anche la mia sposa si è liberata del vestito e corre come una dannata, cercando di raggiungermi.

Per fortuna, la stradina che ho imboccato è la via giusta e, sembra, tutta in discesa.

È un portento questa bici, leggera e veloce.

Forse dovrei cambiare marcia ma preferisco prima allontanarmi.

Le voci sono sempre più lontane ma ho sentito lo stridere delle ruote di un’auto partire a grande velocità.

Probabilmente i due omoni mi stanno inseguendo con l’auto nuziale.

Devo correre più veloce ma ho paura che cambiando marcia, possa saltare la catena, meglio non provarci.

Pistaaaaaa… Mi scusi, non posso frenare.

Poveretto. Se lo prendevo in pieno, avrei dovuto fargli spazio sulla bici.

La strada si presenta in buono stato, anche se piena di curve. Con questa velocità potrei finire fuori strada ma non devo assolutamente rallentare.

Ho il cuore che batte a mille.

Il fondo dei pantaloni è arrivato sotto le suole e mi disturba la pedalata, mentre la giacca, alquanto stretta, inibisce i movimenti.

Speriamo bene.

Caspita, questo camion va pianissimo.

Devo provarci.

Non ho una buona visuale ma devo provarci.

Vai, così. Sorpasso effettuato.

Per fortuna non ho incrociato nessuno in senso contrario.

Questo tratto è pieno di buche.

Il percorso non è più ripido come prima, sono quasi in piano.

Sento il sudore colarmi dappertutto, soprattutto dai capelli.

Anche le curve sono diminuite e più lineari. Chissà dove saranno gli inseguitori.

Questa strada l’ho percorsa ieri sera, con l’autobus.

Stamattina avrei dovuto presentarmi a un colloquio di lavoro, come accompagnatore per anziani.

Forse è proprio questo l’inghippo, altro che accompagnatore.

Cercavano proprio un coglione da spennare vivo e offrirgli una carriera da manichino.

Mamma, che botta.

Questo era un cratere, altro che buca.

Superato anche questo. Speriamo di non bucare.

E per giunta l’annuncio non era neanche per gli anziani, ma per travestiti.

Li ho alle calcagna, li sento.

Il rumore del motore è inconfondibile, un rottame arrugginito, e questo clacson insistente è sempre più vicino.

“Fermati, curnutu.”

Sì, sono proprio loro.

“Minchia, ma dove credi di andare.”

Lontano da voi, di sicuro.

Devo evitare la strada.

Ecco. Devo cercare di entrare in quella stradina di campagna.

Sono già alle mie spalle.

Ci provo.

No! Aiuto.

Ahiiiiiiiiii…

Dannazione, che capitombolo.

Per fortuna c’è l’erba alta.

Forza. Devo rimettermi in corsa. Speriamo che la bici non abbia subito danni.

Loro stanno tornando indietro ma non credo che riusciranno a entrare in questo vicoletto con l’auto.

Meglio liberarmi di questa giacca.

La mia Ferrari mi sembra intatta e ancora piena di grinta. Questi sono i percorsi che preferisce.

In questo modo riuscirò a distaccarli e, forse, avrò anche la possibilità di riposare un po’, ho il sedere in fiamme.

Se mi prendono, mi riducono a un colabrodo.

Speriamo che questo vicoletto sbuchi in qualche stradina urbana, devo cercare di arrivare a Siracusa.

Anche se adesso devo fermarmi un attimo, ho un fiatone da far paura.

Non credo che si siano messi a rincorrermi a piedi.

Ho bisogno di riposare.

Meglio appoggiare la bici a quell’albero, è un posto abbastanza nascosto.

Da qui riesco a tenere sotto controllo tutta la zona.

Mi sembra di essere in guerra.

E ho paura di non avere scampo.

Il posto era Belvedere, una frazione di Siracusa. Avevo risposto a quell’annuncio e mi avevano contattato tramite telefono, invitandomi a presentarmi nella giornata di oggi.

Sono due mesi che abito a Siracusa, in casa di un amico. Con il proposito che se fossi riuscito a trovare lavoro, avrei optato per una sistemazione per conto mio.

Per essere puntuale all’appuntamento, avevo prenotato una stanza, in una pensione del posto.

Da quando mi sono addormentato stanotte, non ricordo più niente.

Ho ripreso i sensi quando ero già in Chiesa.

Probabilmente mi hanno prelevato direttamente dalla stanza dell’albergo, iniettandomi qualche pozione magica. Mi sembra tutto così assurdo: perché tutto questo?

Adesso mi trovo sposato con questa persona sconosciuta e ambigua.

Brrrr… Mi vengono i brividi solo a pensarci.

Meglio continuare a pedalare e andare avanti, mi sono riposato abbastanza.

Forse lì m’immetto su una strada più scorrevole.

Sì, ricordo questo tratto ma sarà più facile per loro rintracciarmi, meglio guardarmi bene intorno.

È molto più scorrevole e sarò a Siracusa in cinque minuti.

La strada è abbastanza trafficata e sembrano missili impazziti. Speriamo che non m’investano.

Non vorrei passare dalla padella alla brace.

“Giovanotto, pensavi di fregarci?”

Come hanno fatto a trovarmi?

Su questa strada non ho speranze. Posso correre quanto voglio, ormai mi hanno fregato.

“Fermati, non hai scampo.”

Non ci penso nemmeno.

“Hai deciso di farci travagliare?”

Certo, se volete prendermi, dovete lavorare sodo.

“Ciccio, affiancalo. Lo blocco io.”

Se riesco ad arrivare a quel bivio, li frego di nuovo.

Un ultimo sforzo.

“Accelera Ciccio, l’ho quasi preso.”

Devo provare a saltare il canaletto che divide la strada.

Vai così. Senza paura.

Wow… Incredibile. Ce l’ho fatta.

Bombazza mi fa un baffo.

Che salto, non lo avrei mai immaginato.

“Bastardo, ti stai scavando la fossa con le tue mani. Ti prenderemo.”

Provaci se ne sei capace.

Sei grande e grosso ma non sei agile come la mia bici.

 

Qui non riusciranno a trovarmi.

Sembra una masseria abbandonata.

È il posto ideale per nascondermi.

Non ci avevo ancora pensato. Non ho né il cellulare né il portafogli.

Saranno rimasti in albergo.

Se riesco ad arrivare a casa, potrò chiamare in albergo e verificare.

Dai. Ancora un piccolo sforzo.

Se l’orientamento non mi tradisce, dovrei essere vicinissimo.

Meglio continuare per questi sentieri.

Ecco, questa è la strada che mi condurrà a casa.

Speriamo di non trovarli sotto il portone.

Ci sono.

Non vedo nessuno, ce l’ho fatta. Meno male.

La bici la nascondo nel seminterrato dell’ascensore.

Ok, non mi resta che suonare il campanello e sperare che ci sia Franco.

Sì, è in casa. Sono fortunato.

“Marco, che ci fai vestito così?”

È una storia lunga, poi ti spiego. Devo chiamare subito in albergo.

Non riesco a impugnare neanche la cornetta del telefono, che due braccia possenti mi afferrano alle spalle:

“Lo scontroso facisti?”

“No, lasciatemi.”

“Non avere paura, non ti faremo del male, anche se avrei voglia di ammazzarti.”

“Franco, aiutami.”

“Non posso Marco, li ho fatti entrare io.”

“Che dici, li conosci?”

“Sì, adesso se stai tranquillo ti spiego tutto.”

“Non ci posso credere, cosa devi spiegarmi?”

“Antonio Malfatti è il nome della tua sposa.”

“Di questo me ne ero accorto.”

“Ha venti ergastoli da scontare ed è latitante da dieci anni. Ha ucciso molte persone e organizzato vari attentati. L’unico modo per salvarlo e permettergli una vita tranquilla, è quello di fargli cambiare identità e legarla in matrimonio. Gli hanno preparato tutti i documenti falsi e adesso il suo nome è Gisella Malfatti.”

“Sì, è proprio così. È malfatta.”

“Cercavano una persona che non avesse a che fare con la polizia e di cui ci si poteva fidare. Ho pensato a te, anche perché c’è una bella ricompensa in cambio.”

“Te ne sono grato, davvero. E a quanto ammonterebbe questa ricompensa?”

“Due milioni di euro.”

“Stai scherzando?”

“Assolutamente no. Gli uomini di Don Michele possono confermarti.”

I due colossi annuivano sorridenti.

“Sì, ma poi sarò legato a loro da questa parentela.”

“Tempo un anno e ti concederanno il divorzio. Parola di Don Michele.”

“Oddio, voglio capire una cosa. Perché non dirmelo con calma, invece di inscenare queste sceneggiate?”

“Non avresti mai accettato Marco. Se si venisse a sapere di questo marchingegno, saresti il primo a finire in galera. Invece, in questo modo, il danno è già avvenuto e non puoi ritirarti, sei sposato ufficialmente.”

“Sei un vero amico, davvero. Perché non lo hai fatto tu?”

“Ho delle piccole lacune da sistemare con la legge e basta indagare un po’ più a fondo per arrivarci. Ci voleva una persona sconosciuta alla polizia e nullatenente.”

“Mi sembra tutto così strano. Spiegami una cosa; perché non ricordo quello che è successo in Chiesa?”

“Tutti gli invitati, compreso il prete che vi ha sposato, sono al corrente della farsa e hai firmato ancora sotto sedativo. All’interno della Chiesa nessuno vi vedeva, oltre a quelli che sapevano, e nessuno potrà mai confermare il contrario. Appena ti sei ripreso, siete usciti all’aperto e, foto permettendo, il gioco è fatto.”

“Sulle mie spalle.”

“Ci sono due milioni di euro Marco, pensaci bene. Adesso Ciccio e Bertuzzo ti accompagneranno al ristorante e sugellerai questo matrimonio, con altre foto comprovanti la tua volontarietà ai fatti. Nessuno potrà mai negare il contrario. Da domani sarai già libero e potrai decidere di vivere dove vuoi, anche all’estero.”

“Jamme picciotto, gli invitati aspettano.”

“Ha ragione Ciccio, non bisogna fare aspettare Don Michele.”

“Ok, andiamo.”

“Così mi piaci Marco, domani ci faremo una bella mangiata insieme, senza sposa.”

“Non so se odiarti o no Franco, ne parleremo domani.”

Come si fa a dire di no davanti ad un piatto di due milioni di euro.

Mi sento frastornato ma se penso a quanti soldi mi metto in tasca, non ho più dubbi.

Mi sono sistemato per tutta la vita. E con me Franco, ricco per grazia ricevuta.

Lascio la bici dove l’avevo nascosta e salgo in auto con i due uomini.

Mentre Ciccio guida, Bertuzzo mi sistema la camicia e i capelli.

“Lascia stare, faccio io.”

“La giacca l’abbiamo recuperata ma ci hai fatto penare.”

“Alla fine avete vinto voi.”

Due milioni di euro, incredibile.

Davanti ai miei occhi solo bigliettoni.

Eccoci arrivati.

Don Michele mi viene incontro sorridendo, mi prende sotto braccio e mi conduce all’interno del ristorante, tra l’applauso generale.

Mi porta al tavolo dove siede “Gisella”, tutta sorridente e rivestita dell’abito.

“Dovete scusare mio genero, in questi casi l’emozione gioca negativamente ma l’amore li unisce e vivranno per sempre felici e contenti.”

Altro applauso.

“Adesso possiamo dare il via alle portate ma concedetemi un’ultima emozione. Sugelliamo quest’unione con una foto che rimarrà per sempre. Il bacio degli sposi.”

No! Questo no.

Mi viene da vomitare solo se ci penso.

“Gisella” si avvicina sorridente con le labbra languide.

Che schifo. Sono terrorizzato.

Le nostre bocche sono sempre più vicine.

Nooooooooooo……………!

 

 

“Signore. Signore, si svegli!”

“No, no, non posso…”

“Si sente bene?”

“Dove sono? Don Michele?”

“No, non sono Don Michele. Sono una donna.”

“Che cosa mi è successo?”

“Sono un vigile, mi chiamo Gisella Malfatti. Si è addormentato su questa panchina da alcune ore, pensavamo avesse avuto un malore.”

“Gisella?”

“Sì, non le piace?”

“Dov’è la mia bici?”

“È qui, vicino a lei.”

“Devo andare.”

“È sicuro di stare bene?”

“Sì, sì, grazie.”

Monto sulla bici e parto.

“Signore, ha lasciato il suo cellulare sulla panchina.”

“Se lo tenga, glielo regalo per il suo matrimonio.”

“Son proprio tutti matti, ne’. Ho già tre figli.”

Era tutto un sogno, meno male.

Che peccato, due milioni di euro svaniti in poche ore.

Solo un sogno poteva portarmi tutti quei soldi.

Non mi resta che pedalare e dedicarmi con pazienza e regolarità.

Ti chiamerò Ferrari, anche se sei tutta grigia. Un giorno ti porterò da un carrozziere e cambierò il tuo look.

Dai, adesso c’è una salita da affrontare.

Sì, è così. Dovrò pedalare per tutta la vita ma non ti abbandonerò mai, lo giuro.

 

Marco Bartiromo

 


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