Il bianco e nero sono colori fibrosi,

pigmenti avvinti che vestono, ma non legano.

Sono pugni chiusi che stridono al contatto,

scaturendo lampi in una volta indispettita,

polarità divine che inducono scintille,

connessi tra la valle e la cima di un rilievo.

Sono rami che tendono al cielo,

a dispetto di radici che scrutano il profondo.

Sono i confini del peccato

divisi da una striscia pedonale,

come denti stretti in un sorriso amaro.

Sono il giorno e la notte

in un susseguirsi di ricordi,

tra le luci dell’alba ed il buio del tramonto,

positivo e negativo di un partito libertino,

tra le leggi del Senato, e la Camera blindata.

Sono i tasti di un piano

che intona la storia di un amore,

il legame sull’altare sugellato al tribunale,

il volto di un dado che sfida la sorte,

e tinge di mistero un grido disperato.

È la genesi di un fiore

che guarda impallidito, e poi si brucia al sole.

Sono pensieri alternati che duellano nel tempo,

in una lotta infinita tra il bene e il male,

un conflitto universale tra la vita e la morte,

i segni di una storia sotterrata dalla terra.

Marco Bartiromo

 

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